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Archive for Giugno, 2005

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Manga e anime ambasciatori del soft power giapponese

Non sono mai stato particolarmente appassionato agli anime giapponesi. GTO, recentemente ritrasmesso su MTV, invece, mi ha fatto interessare prima all’anime e poi al fenomeno manga, da cui gli anime (Japanimation, pare talvolta li si chiami) derivano.
Bisogna dire che MTV, il Moloch mediatico per eccellenza nella diffusione della cultura occidentale statunitocentrica, almeno nella sua filiale italiana inserisce nel palinsesto un bel po’ di produzioni nipponiche o comunque di origini nipponiche. I primi film che MTV Italia ha trasmesso in prima serata sono stati film horror giapponesi, almeno da quest’anno. Le serie di anime trovano ampio spazio nella sua programmazione: oltre al già citato GTO (Great Teacher Onizuka) attualmente Ranma 1/2 nel primo pomeriggio, e la serata di ogni martedì con tre serie anime differenti dalle 21.00 alle 22.30.

L’aumento dell’influenza culturale del Giappone nel resto del mondo tramite i prodotti della sua cultura pop è un fenomeno interessante da analizzare. Il sito dell’ambasciata giapponese in Italia dedica un approfondimento proprio ai manga. Dell’industria culturale giapponese dice: Il fatto che queste industrie abbiano avuto tanto successo all’estero (soprattutto negli Stati Uniti) rappresenta un’inversione di tendenza per il Giappone che è sempre stato un diligente importatore di culture straniere fin dall’apertura al mondo occidentale durante il periodo Meiji [http://www.it.emb-japan.go.jp/Japan%20Access/culturapopolare/MANGA.html].

Joseph Nye Jr. sostiene che le nazioni, entrambi fondamentali: l’hard power ed il soft power, l’uno la forza militare, l’altro l’attrazione che si è capaci di esercitare su altre culture. Riducendo il tutto ai minimi termini, citando Nye attraction is much cheaper than coercion [”Propaganda Isn’t the Way: Soft Power”, 10 Jan 2003, The International Herald Tribune].
Brzezinski ne Il mondo fuori controllo cita il libro di Okita Saburo Japan’s challenging years: reflections on my lifetime: Okita era convinto assertore della necessità di votare la nazione giapponese non alla dominazione militare ma a quella economico-industriale, concentrandosi sulla meccanica di precisione, data anche la scarsità di risorse naturali del Giappone.

Levatasi la pesante armatura militare che succhiava risorse all’economia nazionale, imposta dagli Alleati una costituzione non bellicista (un po’ come in Italia), il Giappone poteva dedicarsi anima e corpo alla propria economia, nonché, a quello che Nye avrebbe chiamato soft power.

Meccanica di precisione (poi elettronica) e intrattenimento si sarebbero incontrati dalla fine del secolo scorso nella produzione di computer e videogiochi. La PlayStation SONY è diventata un elemento ricorrente in molte case dei vecchi paesi industrializzati, ed i videogames, alcuni dei quali di marcato gusto nipponico, aiutano a diffondere nel mondo la cultura pop giapponese.

La JETRO (Japan External Trade Organization), nel suo eccellente sito web riporta una analisi di Yoshiyuki Sodekawa della agenzia pubblicitaria Dentsu Inc. sul soft power nipponico a confronto con quello delle altre potenze. Egli distingue tre categorie di soft power: capacity to be emulated (which relates to economic systems), leadership (which relates to the level of education and information technology), and cultural and lifestyle attractiveness [“Japan’s Soft Power Moves into the Limelight”, JETRO Business Topics, 2 Sept 2004]. In queste tre categorie il Giappone si posiziona sul campione rispettivamente 11°, 2° (dopo gli USA) e 10°. In complesso il Giappone risulta 6° nella classifica generale.

L’articolo della JETRO riporta anche le opinioni di Tsutomu Sugiura della Marubeni Research Institute, con esperienze di promozione della cultura giapponese in Francia, evidenziando come anime e manga aiutino a costruire il soft power del Giappone.

If, for instance, children overseas learn to love anime, they may continue to feel a fondness for things Japanese as they grow older. And it is possible that such friendly feelings will translate into business deals involving Japan after they become adults.

Possibile, non certo ma possibile. È la preparazione di un terreno di scambio, la preparazione per rapporti futuri che passa dallo scambio dei propri prodotti culturali prima, della cultura che li ha prodotti poi.

L’articolo della JETRO riporta anche che Nye parla specificatamente di soft power e culura pop nipponica nell’articolo apparso su Gaiko Forum del giugno 2004 dal titolo “Japan’s Soft Power: Its Limits and Potential”. Mi interesserebbe leggere questo articolo: se riuscirò a recuperarlo da qualche parte non mancherò di commentarlo. Se poi c’è qualcuno a parte me che legge questa roba che scrivo, e che ha pure una copia di suddetto articolo (più o meno ha la stessa probabilità che ho io di vincere la Lotteria Nazionale senza comprare il biglietto) allora fatemelo sapere ;) .

Se siete interessati al fenomeno manga e anime…beh, come ho detto non sono un esperto, ma su Usenet troverete dei newsgroup con veri guru in materia (ad es. it.arti.fumetti.manga e it.arti.animazione). Andate su Google Gruppi e vedrete. Ho iniziato ad orientarmi da lì, e credo che da lì continuerò :).

Posted by echo on Giu 29th 2005 | Filed in esteri, TV | Comments Off

Leggendo la Stampa

In Francia e Olanda le classi dirigenti hanno avuto il coraggio di sottoporre a consultazione referendaria. In Italia non c’è stata data questa possibilità.
Leggendo la Stampa di oggi ho trovato un bell’articolo di Mikhail Gorbaciov sull’argomento, ed egli lodava di aver lasciato alla gente questa decisione. Evidenziava anche il fatto che siano stati gli indirizzi neo-liberali […] ad aver prodotto le incrinature più profonde. Assolutamente vero.
Il “Buongiorno” di Gramellini parla del cambio di strategia del presidente del Consiglio Berlusconi nell’utilizzare come arma elettorale i malcontenti anti-euro sull’aumento del costo della vita (perché alla fine di questo si tratta) contro l’ex presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Berlusconi addita i tecnocrati, euroburocrati e via dicendo: l’arma però se la tiene in caldo, ed ha sempre aborrito un referendum in Italia per l’approvazione del Trattato Costituzionale europeo. Anche perché ne è stato uno degli attori.
La linea sembra confusa, ma è mia opinione personale che sia invece limpidissma. Analogamente con il referendum sulla procreazione assistita, ai cittadini deve essere impedito di prendere decisioni specifiche. Possono esprimersi su chi siano i propri rappresentanti, ma le decisioni le prende la classe dirigente. Proprio quel tipo di burocrazia procedurale che Berlusconi attacca in Europa, egli la promuove in Italia.
Questa nuova strategia populista si rifà un po’ al modello del neo-conservatorismo americano, con l’espressa ostilità verso il governo federale, anche quando lo si governa.
Al contempo, Berlusconi promuove in Italia le medesime ricette neo-liberali concause della disillusione verso un Europa troppo economica e poco politica.
Il mix può far presa sull’elettorato delle fasce deboli ed al contempo tentare di soddisfare le fasce abbienti.
Sempre sulla Stampa leggo che un sondaggio condotto dall’Eures dà la volontà di ritorno alla Lira da parte degli intervistati al 26,8%, mentre il 60% sarebbe per mantenere l’Euro. Più interessante è vedere che sono le fasce meno scolarizzate e meno abbienti a desiderarne il ritorno con il 34,9% mentre tra i laureati si scende al 17,4%.
Fra i politici, chi parla esplicitamente di ritorno non è praticamente nessuno. Una ipotesi del genere è un’assurdità inconciliabile con il processo di interdipendenza europea avviata dalla costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1951, e questo i politici lo sanno. Nulla, fuorché la propria morale, gli impedisce però di sfruttare il malcontento popolare per istituzioni sentite lontane per mantenere o guadagnare il potere.
L’Unione Europea è piena di problemi, ma è il modo che abbiamo trovato per evitare ulteriori spargimenti di sangue dopo esserci massacrati in due conflitti mondiali che ci hanno condotto sull’orlo del suicidio politico ed economico.
Disfare l’Europa non è bene. Fomentare il risentimento antieuropeo fra i cittadini per perseguire i propri scopi mentre gli si impedisce di esprimersi in proposito è pericoloso. Una pentola senza coperchio, in cui si rischia, per mancanza di alternative, che i cittadini passino da una espressione democratica che gli è negata alla violenza politica.

Anche nela battaglia referendaria sulla fecondazione assistita (legge 40) si assiste allo spettacolo osceno per impedire l’espressione del voto popolare. Sulla stessa Stampa, a pagina 20 c’è un’inserzione in cui campeggia la scritta, nero su bianco IO NON VOTO e più in basso, bianco su nero SCEGLI DI (scritto più piccolo) NON VOTARE (scritto più grosso).
A pagina 2 il prof. Antinori, del quale non ho condiviso le prassi di ricerca nel passato, parla giustamente della campagna del non-voto come antica e pericolosa pratica politica adottata nel periodo precedente alla nascita del fascismo e di indecorosa campagna. Parla anche di come sia possibile esprimersi in tre modalità.
A parer mio, tali modalità sono più che sufficienti: Sì, a favore dell’abrogazione; No, a favore del mantenimento; scheda bianca, per esprimere dissenso verso la sottoposizione del quesito specifico.
La quarta modalità, il non voto, è un rifiuto non della consultazione referendaria in sé, ma del sistema dei referendum come modalità di espressione popolare diretta.
Va detto che tale posizione non credo vada vietata. I partiti politici, però, non dovrebbero farsene sostenitori per necessità di rigore morale superiore. Perché incitare la gente a non votare è l’inizio di un cancro che può distruggere l’intero sistema democratico. Prima alcuni referendum, poi magari le europee, poi le politiche. Fare dell’astensione un dogma per rifiutare il sistema democratico in sé, magari pensando così di far sentire più forte la propria voce quando invece ce la togliamo.
Sarebbe ironico che i partiti democratici, dopo la vittoria delle democrazie sui totalitarismi del XX secolo, contribuissero a instaurare una forma democrazia formale permeata di populismo in cui la coercizione lascia spazio alla libertà di essere passivi di fronte ad un sistema di sistematica esclusione.
Credo che questa sia una linea di tendenza che è non è impossibile che si avveri. Il modo migliore per impedirne la realizzazione e che ai cittadini italiani, europei, reclamino il diritto ad esprimere le proprie opinioni all’interno del sistema democratico per salvarci dalla violenza politica che nel secolo scorso ha incatenato i nostri avi.
Gli estremismi isolati fioriscono, mentre ad una buona democrazia pluralista dovrebbe piacere la luce del sole ed il sano confronto.

Posted by echo on Giu 4th 2005 | Filed in interni, stampa | Comments Off