1933-1934: il New Deal del rilancio industriale

di
Emanuele Zangarini

Relazione per il modulo III
di Storia Contemporanea
A.A. 2002/2003

Referente: prof. Marco Scavino

Indice

  1. Introduzione
  2. L’Emergency Banking Act
  3. L’approvazione del NIRA
  4. La National Recovery Administration e la PWA
    1. La stesura dei codici di settore
    2. I codici nel settore petrolifero ed automobilistico
    3. La lotta del sindacato nell’industria estrattiva
  5. Il National Labor Board
    1. L’aumento dei prezzi
    2. L’ultima causa di Darrow
  6. Lenta agonia di un’organizzazione
  7. Lezioni di Piano
  8. Prodromi della rivoluzione keynesiana
    1. Una scomoda allegoria
    2. Corporativismo italiano e New Deal: affinità e divergenze
  9. Appendici
    1. Indice degli acronimi degli organismi e delle organizzazioni
    2. Indice dei nomi
    3. Bibliografia
    4. Note

1. Introduzione

«Vi rendete conto, dunque, che state allontanandovi moltissimo dalla filosofia dell’uguaglianza e del laissez-faire?». Roosevelt tacque per un momento, e poi replicò con convinzione: «Se quella filosofia avesse funzionato, in questo posto, adesso, ci sarebbe Herbert Hoover. Mai in vita mia sono stato tanto sicuro di una cosa quanto dell’opportunità di questo cambiamento»1. Siamo nella primavera del 1933 e Franklin Delano Roosevelt risponde al vicesegretario di Stato Raymond Moley: il discorso che stanno redigendo per la seconda conferenza stampa della presidenza, che si terrà il 7 maggio, conterrà esplicito riferimento ad una «associazione per la pianificazione». Non era una novità per il capitalismo americano: il modello cui persone come Rex Tugwell, vicesegretario all’Agricoltura, volevano ispirarsi risaliva a 15 anni prima, al tempo della Grande Guerra, e si chiamava War Industries Board, «il socialismo americano in tempo di guerra» come Tugwell stesso lo definì. A capo dell’organismo, che aveva lo scopo di coordinare (in maniera piuttosto decisa e centralizzata) l’industria statunitense nello sforzo bellico vi era il generale Hugh Johnson, che era stato a capo del WIB: nella seconda metà di aprile del 1933 Moley aveva incontrato il generale nell’ingresso dell’hotel Carlton di Washington per assegnargli l’incarico di guidare l’organismo la cui costituzione aveva iniziato a divenire fondamentale dall’approvazione della legge Black sulle trenta ore lavorative del 6 aprile e dalla richiesta del Senato di un programma federale per i lavori pubblici2.

Ricollegando l’esperienza della mobilitazione bellica alla depressione economica, l’amministrazione Roosevelt confermava che per molti americani quest’ultima era stata più sentita della guerra in Europa. Lo stesso Johnson ebbe a dire: «Penso che la situazione attuale abbia cancellato dalla memoria del pubblico tutto quello che è successo durante la guerra»3.

Prima di arrivare alla costituzione della NRA bisogna però tornare ai provvedimenti presi nei primi cento giorni dopo l’insediamento della nuova presidenza, sabato 4 marzo 1933. Il reddito nazionale era meno della metà di ciò che era stato appena quattro anni prima. Quasi tredici milioni di americani –circa un quarto della popolazione lavorativa– stavano cercando disperatamente lavoro. Il meccanismo per alloggiare e dar da mangiare ai disoccupati stava sfasciandosi ovunque sotto un peso sempre crescente. E poche ore prima della cerimonia di insediamento del Presidente, ogni banca in America aveva chiuso i battenti4. Aleggiava lo spettro della rivoluzione e alcuni arrivavano a guardare con invidia i regimi che si erano instaurati oltremare: «Eravamo vicinissimi alla rovina e alla rivoluzione. Avremmo potuto ritrovarci sotto una dittatura assai più facilmente della Germania con Hitler» ebbe a dire in seguito il generale Johnson. Tugwell scrisse: «Ritengo non sia eccessivo affermare che il 4 marzo ci trovammo di fronte all’alternativa di scegliere tra una ordinata rivoluzione –un pacifico e rapido abbandono dei metodi seguiti nel passato– e una violenta rivolta contro la struttura capitalista»5. Il punto di partenza della ordinata rivoluzione cui alludeva il vicesegretario all’Agricoltura doveva necessariamente essere la riforma del sistema bancario, per poter avere qualche possibilità di rimettere in moto l’economia.

Ma inizialmente si sarebbe trattato di un salvataggio, non di un mutamento.

2. L’Emergency Banking Act

Dopo aver rifiutato la collaborazione del presidente uscente Hoover nell’affrontare la crisi bancaria, che gli sarebbe costata l’abbandono quasi totale delle riforme del New Deal, Roosevelt doveva affrontare il mostro da solo. Fece le mosse che aveva preparato in due bozze di proclami presidenziali già prima di arrivare a Washington. Per prendere tempo dichiarò una “vacanza bancaria”, che gli dava ottanta ore di tempo prima della riunione del Congresso (convocato in sessione speciale nel primo proclama il 9 marzo), usando il quale i funzionari del Tesoro avrebbero dovuto fornire le soluzioni per ridar vita alle banche e, nel contempo, pensò di controllare le esportazioni dell’oro riesumando alcuni articoli dimenticati della Legge sui Commerci col Nemico del tempo di guerra. La notte del 4 marzo Woodin accettò di approntare leggi bancarie d’emergenza da presentare al Congresso il 9 marzo e nella mattinata del giorno seguente aveva già appurato che i banchieri non avevano un piano proprio da proporre. Il Procuratore Generale Cummings approvò allora ufficialmente l’utilizzo della Legge sui Commerci col Nemico e nelle quattro ore seguenti i due proclami furono emanati6.

La volontà di Roosevelt di restaurare il sistema esistente, passando attraverso una politica accettabile dagli stessi banchieri e capace di ristabilire la fiducia in quello stesso sistema, lo rese sordo alle obiezioni di quanti, come i senatori progressisti Robert M. La Follette Jr. del Wisconsin e Edward P. Costigan del Colorado che affrontarono l’argomento la sera dell’8 marzo alla Casa Bianca, ritenevano necessaria la creazione di un sistema bancario veramente nazionale. Neppure Tugwell fu consultato durante la crisi bancaria, per risolvere la quale aveva bene in mente cosa fare: sostituire il sistema di depositi a risparmio postali alle operazioni bancarie di deposito mentre società separate si sarebbero occupate del credito commerciale, dividendo i destini del credito d’impresa da quello dei depositi. Wall Street e gli economisti ortodossi, come Tugwell dovette riconoscere, avevano però il monopolio dell’expertise in quel campo e agli Stati Uniti mancava una figura esterna e altamente competente come lo era John Maynard Keynes per il Regno Unito. Per chi guardava con scetticismo il “restauro conservativo” del sistema bancario, evitare di nazionalizzare le banche quando non si sarebbero levate voci di protesta fu il grande errore del Presidente Roosevelt7.

Per far fronte al panico, l’Amministrazione Hoover aveva predisposto, accogliendo le istanze di molti banchieri, una risoluzione comune per provvedere all’emissione di circolante da parte delle stanze di compensazione sotto forma di certificati provvisori, partendo dal presupposto che le banche avessero poca disponibilità di liquidi per riaprire i battenti. Provvedimento analogo era stato preso durante il panico del 1907, ma il gruppo del Tesoro si oppose ad una sua riapplicazione in quel frangente, appoggiando invece un piano del Dr. E. A. Goldenweiser del Federal Reserve Board che assegnava alla Fed l’emissione del circolante a parte delle attività bancarie. La legge, oramai in dirittura di arrivo, dava al Segretario del Tesoro il potere di impedire la tesaurizzazione dell’oro e di accettare oro in lingotti e monetato in cambio di carta moneta e prevedeva il riesame e la riapertura delle banche chiuse tramite un sistema di licenze e di “conservatori”8.

Giovedì 9 marzo, a mezzogiorno, l’unica copia disponibile della proposta di legge venne letta da Henry Stegall al Congresso e poco dopo le quattro venne votata all’unanimità e senza appello nominale. Poco prima delle sette e mezza il Senato approvò l’Emergency Banking Act con 73 voti contro 7, respingendo gli emendamenti del senatore Long della Luisiana.

L’attenzione si spostava ora sul come rimettere in sesto il motore industriale del paese.


3. L’approvazione del NIRA

Secondo Johnson le leggi contro i trust, sospese durante la guerra e poi ripristinate nel 1919, non avevano fatto che preparare il terreno per la crisi di dieci anni dopo, aiutando l’inflazione. Il generale ed il vicesegretario di Stato erano d’accordo sul fatto che Governo ed Industria avrebbero dovuto collaborare per la ripresa. Gli strumenti chiave per la svolta sarebbero state secondo entrambi le associazioni commerciali poste sotto supervisione pubblica, «i mezzi naturali che la vita economica cerca per trovare una via d’uscita al caos»9. Dal 1920 al 1930 la Federal Trade Commission incoraggiò l’espansione di tali associazioni e incentivò in esse l’adozione di “regole per una onesta concorrenza”10.

Dopo un periodo in cui il governo aveva dovuto fare i conti con i problemi più pressanti come quello della crisi bancaria, la legge Black sulle trenta ore lavorative avviò inaspettatamente le riforme nel comparto industriale. Inaspettatamente quanto inaspettata era stata la sua approvazione, che non incontrava fra l’altro i favori di Roosevelt che la riteneva rigida e incostituzionale, anche se non lo gridava a gran voce per evitare di urtare i democratici che l’avevano votata e poiché, anche se criticandone i mezzi, ne condivideva gli obiettivi. I principali gruppi di lavoro che cercavano di risolvere il problema del rilancio industriale erano riconducibili al senatore Wagner al Campidoglio ed al sottosegretario al Commercio Dickinson. L’eterogeneo gruppo di Wagner annoverava David Podell, avvocato delle associazioni industriali che voleva sostituire alla legge sui trust regole di onesta concorrenza, Gilbert M. Montague, specialista di leggi per associazioni commerciali, La Follette Jr., che si interessava di lavori pubblici e pianificazione nazionale, e W. Jett Lauck della United Mine Workers, portatore degli interessi dei lavoratori quanto della posizione dell’UMW in fatto di pianificazione economica. Il gruppo di Dickinson, più legato alle posizioni dell’Esecutivo, comprendeva Tugwell, Frank e Perkins. Entrambi i gruppi si tenevano in contatto, per poi collaborare alla stesura di un programma comune.

Dopo l’incontro al Carlton hotel, Johnson aveva iniziato ad abbozzare le sue soluzioni, chiedendo poi assistenza a Donald Richberg per quanto riguardava il problema del lavoro, e nella prima metà di maggio esistevano due bozze principali, una di Johnson e l’altra frutto del lavoro del gruppo Dickinson-Wagner. I punti chiave erano per la prima un energico sistema di licenze governative (appoggiato da Moley, Douglas e Richberg) e per l’altra la proposta di un autogoverno industriale tramite le associazioni industriali (appoggiata da Frank e dal gruppo di Wagner). Dopo uno scontro acceso fra Dickinson e Johnson nel confronto dei progetti, il 15 maggio la proposta di legge poteva essere presentata al Congresso11.

Il primo articolo, sulla «Rinascita Industriale», promuoveva il coordinamento fra i diversi gruppi industriali tramite associazioni che dovevano sottostare a regole di onesta concorrenza, accompagnate dall’esenzione dalle leggi contro i trust (che sospendeva la legge Sherman), da un provvedimento per le licenze federali alle aziende e dalle restrizioni del paragrafo 7: quest’ultimo prescriveva contratti collettivi, un tetto per le ore lavorative ed un minimo salariale, nonché l’esenzione per i lavoratori dall’obbligo di iscriversi ai sindacati aziendali (company union) della ditta in cui venivano assunti. Il secondo articolo, «Lavori pubblici e progetti di costruzione», riguardava uno stanziamento di 3.300 milioni di dollari ad una neocostituita amministrazione per i lavori pubblici. La legge doveva restare in vigore per due anni.

La sospensiva sui trust vedeva in contrasto i senatori Borah (Idaho), contro il provvedimento, e Wagner, a favore. In sostanza, obiettava Borah (insieme a Black e Wheeler), cosa impediva alle aziende che erano tenute a fissare paghe, giornate e condizioni lavorative di distribuirsi i mercati e stabilire prezzi fissi? Invero Richberg sarebbe stato d’accordo anche su questo punto mentre Wagner aborriva l’idea, che riteneva lesiva di una giusta concorrenza che la legge puntava a rafforzare e ad elevare qualitativamente piuttosto che distruggere. La legge era il primo passo verso un’«economia pianificata sul piano nazionale» [Wagner] e gli accordi obbligatori fra le industrie avevano lo scopo di migliorare le condizioni dei lavoratori, dando lavoro ai disoccupati, aumentando la capacità d’acquisto e fornendo garanzie di correttezza, come sostenne Roosevelt il 16 giugno, giorno della sua approvazione. Siccome un intervento federale su paghe ed ore lavorative sarebbe stato incostituzionale, l’unica strada percorribile per migliorare le condizioni dei lavoratori era difatti passare attraverso il fantasma dei possibili cartelli su prezzi e produzione che aleggiava sulle associazioni industriali12. Ma quanto era fondato questo sospetto?

4. La National Recovery Administration e la PWA

Tre miliardi di dollari erano una bella cifra, ed il settore dell’edilizia era terreno fertile per la corruzione. Roosevelt molto probabilmente non pensò immediatamente a questo dettaglio quando, prima di firmare la legge, decise di assegnare a due diversi amministratori l’attuazione degli articoli primo e secondo della legge: per lui la National Recovery Administration era lo strumento di riforma e di riorganizzazione dell’economia a lunga scadenza mentre i lavori pubblici erano un provvedimento d’emergenza e, a suo avviso, di minore importanza. Di fatto il segretario agli Interni Ickes sarebbe stato a capo della PWA mentre Johnson avrebbe ricoperto il ruolo di amministratore dell’NRA, con Donald Richberg come assistente (nelle vesti di legale capace e fervente promotore del NIRA): la NRA e la PWA così separate facevano capo a due diverse commissioni di Gabinetto (la Special Industrial Recovery Board per la NRA).

Johnson sfiorò l’idea delle dimissioni, tanto lo irritò il non essere stato messo a capo anche dell’amministrazione dei lavori pubblici: «La mancanza di perfetta coordinazione fra articolo uno e due cambia completamente la base del piano come l’avevamo preparato»13 sostenne subito, credendo che gli obiettivi della NRA dopo quel fatto sarebbero stati destinati a fallire.

Ickes era per natura molto accorto: diffidava dall’assistente di Johnson, con il quale aveva lavorato in un ufficio legale a Chicago, ed era del tutto intenzionato a togliere gli spettri della corruzione che potevano formarsi su una disponibilità così ampia di denaro pubblico in un settore già di per sé fonte di preoccupazioni in tal senso come quello edile. Mentre Johnson era alle prese con gli industriali per fare accettar loro i regolamenti della NRA, Ickes vagliava scrupolosamente i progetti che giungevano al PWA. L’accortezza di Ickes faceva in modo che la PWA immettesse denaro nell’economia con un ritmo troppo lento per poterla rilanciare, e Johnson pensava che, in concomitanza con la separazione dei due organismi, la NRA stesse perdendo la sua spinta vitale: opinione condivisa da Sachs giacché la PWA iniziò a funzionare ben sei mesi dopo la creazione della NRA. Per Johnson era auspicabile soppiantare una spinta per i lavori pubblici, che oggettivamente era venuta a mancare, con uno stimolo morale che facilitasse l’imposizione degli accordi e rilanciasse la ripresa industriale: qui si pensava alla mobilitazione dell’opinione pubblica.

«Voglio evitare anche la minima apparenza di dittatura: quello che voglio è un autogoverno industriale»14; lo scopo della NRA non era (e non poteva essere) infatti quello di imporre regolamenti, ma di accettarli. D’altronde di concorrenza leale si trattava: «se possiamo trasformare i nostri odiati concorrenti in amici che, attraverso la conoscenza reciproca e con l’operare sotto i benefici di un code, diventino concorrenti leali, abbiamo raggiunto una meta che è il primo passo verso una vera democrazia industriale»15. Lealtà che non doveva ovviamente sfociare in riunioni di cartello per fissare i prezzi. «Una stima molto approssimativa dei primi codes che si sono sforzati di fissare i prezzi si aggirerebbe intorno al 30%. La NRA non ha finora permesso di approvare nessun code dell’industria che contenga provvedimenti sul livello dei prezzi»16. Johnson s’impegnò così in prolungate negoziazioni bilaterali, che vedevano al primo punto la regolamentazione di paghe e giornate lavorative. L’associazione delle industrie tessili del cotone, che perseguiva questo traguardo da tempo, fu la prima a sottoscrivere un accordo su paghe, giornate lavorative e contrattazione collettiva, dichiarando esplicitamente illegale, sotto pressione di Johnson, il lavoro infantile (anche se l’imposizione di un minimo salariale rendeva questa pratica remota) e riscuotendo l’unanime consenso della nazione. Firmato l’accordo le industrie tessili si trovavano con costi di produzione lievitati e, come contropartita, l’autorizzazione della NRA per poter limitare la produzione. Dopo sei settimane quello sull’industria tessile era però l’unico accordo rilevante sottoscritto, e Johnson era tutt’altro che contento.

Intanto produzione e occupazione aumentavano (marzo-luglio 1933): il dato non era confortante poiché questo aumento era sia cautelativo rispetto agli aumenti dei prezzi che l'introduzione degli accordi non ancora firmati avrebbe comportato, sia pure una reazione speculativa verso una previsione di inflazione monetaria. Il crollo della borsa il 19 luglio confermò questa ipotesi. Le industrie si dividevano ora su chi aveva sottoscritto gli accordi e chi no, e queste ultime avevano un indubbio vantaggio nella concorrenza. Nel luglio del 1933 Johnson decise di provare a mettere sul tavolo delle trattative il peso di un'opinione pubblica la cui volubilità, nel caso in cui le sottoscrizioni dell'accordo fossero state deludenti, gli si sarebbe ritorta contro: «Se incapperemo in quanto viene previsto da molti di noi, -diceva Tugwell- e cioè in un livellamento generale dei mercati e forse in un crollo precipitoso proprio in mezzo a una campagna spettacolare, saremo perduti». Johnson voleva un accordo generale sui livelli di paga e ore lavorative dettati dalla NRA, cioè dodici o tredici dollari settimanali per quaranta ore lavorative. Nonostante il disaccordo della commissione di gabinetto (SIRB) e della gran parte del personale della NRA, Roosevelt appoggiò Johnson e gli fece avviare la campagna il giorno 21 del mese di luglio, dedicando all'accordo generale parte del suo terzo "discorso davanti al caminetto" (fireside chat) tenutosi tre giorni dopo e poi spedendo per posta ai datori di lavoro copie dell'Accordo Presidenziale contro la disoccupazione (l’accordo temporaneo President’s Reemployment Agreement, dichiarato decaduto pochi mesi dopo17) su accordi d'emergenza, paghe ed ore lavorative. L'emblema dell'Aquila Azzurra (un’aquila con la scritta "Anche noi collaboriamo" che s’ispirava a qualcosa di simile fatto all'epoca del WIB) avrebbe contraddistinto le aziende che accettavano gli accordi, con lo scopo di delegittimare agli occhi dell'opinione pubblica chi non lo faceva: una sorta di contrappeso morale al vantaggio concorrenziale che queste avevano accumulavano non sottoscrivendo gli accordi della NRA. Accompagnata da una martellante campagna di persuasione l'Aquila Azzurra, lo stimolo morale che Johnson cercava, riscosse il successo sperato: schemi di accordi che in luglio erano arrivati alla NRA in numero di 144, in agosto erano diventati 54618.


5.1 La stesura dei codici di settore

Prima di entrare nel merito dei codici di concorrenza leale (codes) è opportuno fornire un sintetico quadro dell’organizzazione della NRA e della procedura di vaglio dei codici stessi. A fianco dell’Amministratore (Hugh Johnson) vi erano «due consiglieri, uno per l’industria e l’altro per il lavoro, e quattro Division Administrators». Il lavoro di approvazione dei codici era «svolto da quindici Deputy Administrators, ciascuno con uno staff di assistenti e ciascuno che si occupa di un gruppo di codes attinenti ad un gruppo selezionato di industrie simili». Li assistevano i tre Advisory Board, quelli per consumatori, industria e lavoro. «In aggiunta vi sono due divisioni separate, la Legal Division e la Research and Planning Division che funzionano come corpi consultivi su questioni attinenti la legalità dei provvedimenti dei codes e il sistema economico e statistico delle industrie e dei loro codes. Infine, c’è un Executive Officier per l’Administrator che coordina tutte le funzioni amministrative e che ha la responsabilità diretta di un certo numero di divisioni sussidiarie che sono al servizio di tutte le altre unità della NRA» (Personnel Division, Control Division, archivio, corrispondenza ecc.)19.

I vincoli generali per l’accettazione di un codice da una associazione commerciale (trade association) riguardavano innanzitutto l’equa rappresentatività nel proprio comparto industriale e sul territorio, dovendo rappresentare «almeno il 75% del volume di produzione dell’industria e, se possibile, il 50% del numero delle unità dell’industria».

Bisognava poi tenere conto della mole di lavoro di cui la NRA era caricata e della eterogeneità dei codici proposti, i cui testi andavano da poche righe a centinaia di pagine: riguardavano le industrie più disparate, enumerando 987 codici per le associazioni di carattere nazionale e 3.000 per quelle regionali20. Le udienze per la stesura dei codici non erano «una procedura di tribunale», con interrogatori, interferenze e controinterrogatori, ma erano un dibattito aperto. Quando un codice per una certa industria era già stato approvato, poteva poi essere modificato «in rapporto al corso della nostra storia economica nei giorni a venire» facendo «ricorso al potere del presidente […] al fine di armonizzarsi più o meno con le nuove opinioni giuridiche o economiche»21.


5.2 I codici nel settore petrolifero ed automobilistico

La NRA comunque, grazie alla campagna dell’Aquila Azzurra, era ora in condizione di operare in maniera più decisa. L’industria del petrolio non riusciva a nominare un coordinatore poiché vi era divergenza d’opinioni sui poteri che questo avrebbe dovuto avere: senza un intervento governativo non avrebbero trovato un accordo a breve. Johnson redasse così una stesura finale e concesse a questi ventiquattr’ore per prender nota di eventuali proteste ed infine l’accordo fu siglato. L’industria dell’acciaio era fortemente contraria alle disposizioni del paragrafo 7 del primo articolo del NIRA e resisteva per principio alla NRA: concessioni (soprattutto sulla politica dei prezzi) e minacce portarono poi anche questa industria ad accettare gli accordi e medesimo lavoro si fece per l’industria del legname. Poco prima della mezzanotte del 19 agosto gli accordi su petrolio, acciaio e legname erano firmati.

La resistenza di Henry Ford, che si era tenuto fuori dalla National Automobile Chamber of Commerce, l’associazione dell’industria automobilistica, tratteneva i concorrenti dall’aderire agli accordi di settore, e neppure l’incontro con Johnson all’aeroporto di Detroit lo indusse a firmare un trattato che lo obbligasse all’accettazione dei contratti collettivi e a sottomettersi ad un accordo al quale il suo antisemitismo strisciante reputava si sottraessero gli imprenditori che «con l’internazionale delle banche controllano tutti i governi del mondo»22: il tutto ridotto, anche se poi accettò sempre i salari ed il tetto ore imposto dai codici, ad una scusa per prendere otto anni di tempo sulla concorrenza prima di accettare la contrattazione collettiva nella sua azienda. Il resto degli industriali dell’automobile sottoscrissero il regolamento il 27 agosto23.


5.3 La lotta del sindacato nell’industria estrattiva

Il settore del carbone era sicuramente quello più problematico, estremo simbolo, in un certo modo, delle situazioni cui la NRA doveva porre rimedio: gli industriali volevano codici locali da loro direttamente controllati e che mantenessero i privilegi acquisiti localmente (la zona occidentale del Kentucky applicava bassi salari e operava con bassi costi di trasporto, ad esempio24). Ciò contrastava la volontà della NRA di giungere ad un codice nazionale posto sotto il controllo del governo e si univa all’inesperienza in fatto di problemi dell’industria dello stesso Johnson, alla sua impazienza e alla percezione della sua funzione come mera mediazione fra interessi: il compito della NRA era per lui quello di «mantenere un atteggiamento di perfetta neutralità, di non prestarsi a secondare le teorie di nessuno, ma di limitarsi ad applicare la legge»25. «Il risultato, nelle controversie di lavoro, era una politica vacillante, punteggiata dal melodramma»26. Strutturalmente ci si trovava poi di fronte ad un’industria parecchio articolata: a detta di un industriale del settore, che fece sapere al governo la sua opinione durante i negoziati di settore, redigere un codice unico sarebbe stato tecnicamente impossibile: tipi di carbone diversi estratti in diversi Stati (come Maryland e New Mexico), differenti mercati e diversa disponibilità e prezzo dei trasporti, la presenza di miniere che producevano carbone per soddisfare le esigenze della siderurgia, per non parlare dell’estrema eterogeneità della sindacalizzazione del settore minerario (basti penare all’eccezione della “sanguinaria” contea di Harlan in Kentucky, dove le tattiche provocatorie e le guardie armate degli imprenditori tennero l’UMW lontano fino al 1938) e dai diversi livelli salariali27.

Il 3 giugno Johnson incontrò tredici fra i maggiori imprenditori minerari negli uffici della National Coal Association per discutere il NIRA (Recovery Act) trattato allora al Congresso: l’associazione conservatrice dei proprietari delle miniere, che pure aveva assistito all’aspra critica del NIRA in seno alla National Association of Manufacturers, ascoltarono Johnson sapendo che per la loro industria era in preparazione una normativa speciale. Pochi giorni dopo Johnson chiese a tutti i membri della NCA la redazione di un codice comune: Charles O’Neill, presidente della Peacock e Kerr, Inc. fu nominato dalla NCA a capo della commissione dedicata che portò a termine in una settimana questo «modello di codice». Non includendo alcuna clausola sulla futura organizzazione dell’industria estrattiva, Johnson si ritrovò fra le mani un codice privo d’utilità pratica: il 16 giugno in assenza di Johnson, fermato dal maltempo a Pittsburgh, gli industriali pervenuti a Chicago per la conferenza annuale della NCA bocciarono la proposta di affiancare al «modello di codice» clausole specifiche riguardanti ore, salari e prezzi ed il modello passò così com’era. Le agenzie commerciali che gli stessi industriali del settore andavano organizzando, inaspettatamente giustificate nel marzo 1936 dal verdetto della Corte Suprema che dichiarò legittima l’Appalachian Coals, Inc. di James D. Francis, sarebbero dovuti diventare lo strumento regolatore dei prezzi fra i produttori a fronte di una NRA che continuava a richiedere una regolamentazione nazionale. Se le motivazioni della Corte erano che l’Appalachian (che riuniva 137 ditte estrattive delle zone meridionali, costituendo il 70% della produzione nella sua area), facendo parte di un comparto industriale parossisticamente competitivo, non fosse in alcun modo lesiva di una concorrenza libera e leale, era pur vero che gli industriali stavano costituendo le associazioni commerciali (la Northern e la Eastern Coals furono immediatamente fondate a metà giugno dallo stesso Francis nell’Ohio e nella Pennsylvania centrale e altre erano in preparazione) al solo scopo di stabilire i prezzi, rifiutando la scomoda contropartita dell’aumento salariale e delle trenta ore regolamentato a livello nazionale.

Vi era comunque un gruppo di industriali settentrionali, guidati da Ben Grey di New York e da Frank Taplin, repubblicano amico di Moley e sostenitore di Roosevelt, di Cleveland, che appoggiavano lo sforzo della NRA per la stabilizzazione dei prezzi ed il reinserimento dei disoccupati: in giugno questi fondarono la Central Coals Associates che compose un codice per le aree estrattive dell’Ohio, del Maryland, della Pennsylvania, del West Virginia e della parte orientale del Kentucky. Riconoscendo il sindacato e la settimana di trenta ore ed essendosi avvalsa della consulenza di Sachs per la stesura di suddetto codice, la Central Coals sarebbe stata da subito il referente ideale per il governo, se solo non fosse stata tacciata da Johnson di voler iniziare una guerra nell’industria estrattiva contro i poco accomodanti imprenditori meridionali. Intanto continuavano a fioccare associazioni di categoria antisindacali più o meno locali, nelle riunioni delle quali ognuno era deciso a mantenere i propri privilegi.

Dal 1920 manteneva il controllo della United Mine Workers, praticamente il sindacato unico dei minatori, tale John L. Lewis, una figura di primo piano nel sindacalismo americano destinata ad essere glorificata dal tempo. Un’immagine idilliaca che non ha ragion d’essere, soprattutto se si prende in considerazione il contesto americano degli anni Trenta in cui elisi muoveva. Lewis era sempre stato un Repubblicano, appoggiando Hoover perfino nel 1932. Fu solo la depressione a fargli accettare il ruolo che lo Stato si andava conquistando in campo economico e l’avidità del potere personale, che egli legava idealmente a quello dei minatori, a spingerlo a far includere garanzie per la classe operaia nella legge per la ripresa economica e a fargli elevare lo Stato al ruolo di nume del proletariato. Era un sindacalista dal pugno ferro, a partire dalle sue fila: quando il suo sindacato fu attraversato da tentativi di attivare maggiormente l’organizzazione verso una politica più “progressista”, egli non esitò a denunciare come comunisti i suoi avversari e farli bastonare da sicari appositamente ingaggiati. Questa sorta di personalizzazione del sindacato, unita alla scoperta di nuove aree carbonifere, all’espansione verso zone non sindacalizzate, al diffondersi di una meccanizzazione che egli stesso aveva favorito (meno posti di lavoro comportavano paghe più alte, almeno così credeva) ed ai tagli salariali operati dagli imprenditori meridionali in un periodo di crisi avevano ridotto gli iscritti del 1933 ad un quarto di quelli del 192028. Intanto Lewis continuava a richiedere una scala salariale nazionale. Per eventualmente redigere un codice comune convocò per il 29 giugno a Chicago un incontro con gli industriali favorevoli al sindacato ed investì gli ultimi 50.000 dollari della UMW nello sforzo organizzativo: le riunioni organizzative sotto l’egida tutelare del paragrafo 7 (section 7a) del NIRA fecero così quintuplicare nei tre mesi estivi gli aderenti al sindacato dei minatori, arrivando a 500.000 iscritti. Abbracciare la dottrina della NRA, entrando pure nel Labor Advisory Board, era sicuramente valso qualcosa, ed i leader sindacali meno ostili all’intervento statale come Sidney Hillman della Amalgamated Clothing Workers, passato dalle prigioni della Russia zarista all’industria dell’abbigliamento di New York, seguirono il suo esempio29. L’espansione della UMW riguardava anche gli Stati meridionali, ma fu tutt’altro che indolore. Si è già detto che alcune miniere, “cosiddette vincolate”, erano dedicate alle esigenze della siderurgia: una eventuale sindacalizzazione delle miniere vincolate avrebbe costituito una testa di ponte per il sindacato nell’industria siderurgica. In Pennsylvania il maggior rifornitore di carbone della United States Steel, la H.C. Frick Company, fu da modello per le altre miniere vincolate che volevano tenere lontano il sindacato: proprio la Frick, che aveva sempre pagato salari più elevati della media e fornito una decente politica assistenziale e sanitaria guadagnandosi una certa lealtà da parte dei minatori, divenne il luogo in cui si scatenò aspramente il conflitto.

Partiti da prime scaramucce con gli aiutanti dello sceriffo il 23 luglio, gli scontri sfociarono alle 5 della mattina del 25 nell’erezione di barricate sulle vie d’accesso delle tre miniere della Colonial, con lancio di lacrimogeni da parte delle guardie giurate e lancio di pietre dai minatori. La notte dello stesso giorno i minatori avevano chiuso quattro miniere di Frick e due di Jones e Laughlin. Lo sceriffo della Contea di Fayette, Harry Hackney, emise contro la volontà del governatore dello stato l’ordine di disperdere i raggruppamenti di più di tre persone lungo strade statali, sulle pubbliche proprietà e sui terreni liberi. Il governatore Pinchot, che accusò lo sceriffo di connivenza con Frick per l’invio di un gruppo di uomini armati da New York per spezzare lo sciopero, fece intervenire la compagnia A della polizia statale per sequestrare le armi di fortuna in possesso agli uomini dei picchetti ed «inviò la Guardia Nazionale, che piazzò le sue mitragliatrici nei punti strategici e dichiarò la legge marziale»30. Il tentativo di accordo fra Thomas Moses e la UMW promosso dal governatore fallì per l’intransigenza di Moses, che neppure si presentò, nell’evitare di riconoscere il sindacato come legittima controparte. Lo sciopero allora si estese a macchia d’olio e coinvolse pure i minatori di Republic, Crucible e Pittsburgh Steel nella Contea di Greene arrivando a contare 50.000 scioperanti che organizzarono posti di blocco sulle statali. Il comandante in capo della Guardia Nazionale chiese un contingente di 2.000 uomini di rinforzo ma ormai la situazione era degenerata: Louis M. Podorsky, veterano della Prima Guerra Mondiale, fu ferito mortalmente da una macchina in corsa mentre sventolava una bandiera americana nel picchetto alla Colonial No. 3 di Frick. All’interno vi erano due aiutanti dello sceriffo.

Pinchot ottenne temporaneamente dai dirigenti nazionali della UMW l’impegno di comunicargli tempi e luoghi di dimostrazioni e picchetti, mentre il capo del Partito Democratico in Pennsylvania richiese a Roosevelt l’intervento della NRA per salvare la situazione dell’industria del carbone e dell’acciaio: il Presidente avrebbe trattato il tema il 2 agosto ad una conferenza sulla ripresa presso Harrisburg. Nonostante l’impegno personale di Johnson, che portò a Washington un riluttante Moses, questi continuò a rifiutare di trattare col sindacato. Le sedute per la stesura del codice erano già state rimandate al 9 agosto, e nel frattempo Johnson decise di tirare in ballo i finanziatori dei gruppi industriali che si rifiutavano di negoziare con la NRA, appoggiato da Gerard Swope della General Electric. Dopo tali pressioni, il 4 agosto tre scritti venivano firmati separatamente da miniere vincolate, non vincolate, da Lewis e da Johnson. Le miniere non vincolate s’impegnavano a riaprire senza applicare ritorsioni a chi aveva partecipato allo sciopero o appartenesse al sindacato, a controllare il peso del carbone estratto e a dirimere, fino alla stesura del codice, ogni questione attraverso una commissione di mediazione a nomina presidenziale. Moses, delle miniere vincolate, si accodò cautamente a tali disposizioni e Lewis s’impegnò a far rientrare lo sciopero se tali accordi fossero stati rispettati. La notizia degli accordi separati suscitò aspre reazioni nei minatori delle “vincolate”, che tornarono al lavoro solamente dopo che Roosevelt inviò il vice-amministratore della NRA Edward F. Mc Grady.

Le sedute del 9 agosto videro la discussione di una trentina di codici elaborati indipendentemente: i soli punti d’incontro fra gli industriali riguardavano le pratiche di concorrenza sleale, che per la gran parte ricalcavano l’articolo del “modello di codice” della NCA, e l’opposizione alla regolamentazione governativa per il loro settore. Sebbene poi la legge imponesse la contrattazione collettiva, la bozza di codice degli imprenditori degli Appalachi emendava il paragrafo 7 rifiutandosi di trattare con chi non fosse suo dipendente e riservandosi il diritto alla contrattazione individuale mentre i rappresentanti dell’Alabama richiesero esplicitamente la costituzione di sindacati aziendali.

Sindacati di questo tipo esistevano da tempo, rappresentando solitamente singole fabbriche o sezioni nell’intento di salvaguardare un «senso di cameratismo fra datori di lavoro e lavoratori». «L’isolamento rendeva ogni nucleo debole nelle contrattazioni, e rendeva impossibile i contratti collettivi». L’idea di sindacato aziendale che volevano imporre gli industriali che fino allora erano stati ostili all’organizzazione dei lavoratori, era invece «una forma di rappresentanza fittizia imposta ai lavoratori con un ricatto economico». Un pensiero diffuso dato che i due terzi dei sindacati aziendali sorse dopo i provvedimenti del 193331.

Non vi era accordo sui livelli salariali, dei quali Lewis chiese l’uniformazione a livello nazionale, e l’unico fronte comune era contro il codice degli imprenditori degli Appalachi che volevano imporre un differenziale salariale per il Sud quando invece gli imprenditori volevano che nessuno dei propri concorrenti avesse un costo della manodopera troppo competitivo. Queste udienze erano il prologo delle discussioni vere e proprie che si sarebbero dovute tenere a porte chiuse il 22 agosto: il malcontento dei minatori per il ritardo indusse il governatore Pinchot a chiedere un’anticipazione degli incontri, al fine di evitare la degenerazione di una situazione definita «esplosiva», ottenuta per il 18 del mese. Roosevelt minacciò «i Quattro Cavalieri» (cioè i maggiori imprenditori degli Appalachi Morrow, Taggart, O’Neill e Francis), come li chiamavano i giornali, che in caso non fossero stati in grado di provvedere ad un codice per la loro industria ne avrebbe fornito uno lui stesso.

L’inettitudine e l’incostanza di Johnson, che aveva iniziato i colloqui a porte chiuse trattando individualmente con gli industriali al posto che arrivare ad appianare da subito le divergenze in un incontro comune, fece loro prendere tempo e per di più, quando sembrava che gli imprenditori meridionali fossero ad un passo dall’accettazione della contrattazione collettiva, mandò all’aria l’accordo con l’intenzione di “chiarire” il significato del paragrafo 7, riaccendendo le speranze dei reticenti. Anche il successivo intervento del Presidente, che voleva raggiungere un accordo sul salario prima dell’esplosione di uno sciopero che sembrava imminente, fu stroncato dall’improvviso ultimatum (probabilmente suscitato dall’avvertimento di Roosevelt che aveva posto come termine per la presentazione del codice il 29 agosto, dopo il quale ne avrebbe fornito uno il governo) di Johnson del 7 settembre che dava quarantott’ore di tempo per motivare un eventuale rifiuto.

La proposta di Johnson costituiva comunque la base per l’accordo finale: contemplava cinque divisioni regionali e quindici distretti salariali. Ogni divisione doveva istituire una «autorità del codice» con un uomo di fiducia a nomina presidenziale. L’organo sovrano era il «Consiglio nazionale dell’industria dell’antracite» costituito da cinque membri nominati dalle divisioni e cinque a nomina presidenziale. Ogni direzione doveva nominare una commissione sul lavoro per dirimere i conflitti industriali, sotto la supervisione della «Commissione nazionale per le vertenze operaie nell’industria del carbone bituminoso» composto da tre membri (sindacato, proprietà, governo). Il limite di trentasei ore lavorative a settimana, incrementabile quando l’attività era maggiore, si affiancava alle norme sulla concorrenza leale su cui vi era già accordo e che furono formalmente tratte dal «modello di codice» della NCA. Venivano altresì aboliti il lavoro minorile (sotto i 17 anni) sia in profondità che in superficie e bandite vestigia di un sistema salariale schiavistico come le paghe a cedola e l’obbligo dei minatori di servirsi nei negozi della compagnia per cui lavoravano.

Nonostante la plateale mossa di Johnson e la sua riluttanza ad accettare le critiche degli imprenditori, di fronte alla loro ostilità a tale accordo Richberg, alla ripresa degli incontri il 12 settembre, ridusse a semplice suggerimento per la discussione il progetto presentato. In particolare gli imprenditori appalachiani non accettavano che, producendo il 70% del carbone del paese, avessero un solo membro al Consiglio nazionale, mentre quelli dell’Alabama minacciavano di non rispettare i patti. Richberg chiese poi la formazione di due gruppi di lavoro da nove uomini, l’uno dedicato alla sostanza del codice e l’altro alle clausole amministrative (otto per gli appalachiani, quattro per le regioni centrali e due per le restanti divisioni). Alla fine della trattativa, nella quale Roosevelt aveva nuovamente convocato rappresentanti di imprenditori e minatori alla Casa Bianca ed intimato, dopo essersi consultato con il Ministro della Giustizia, l’attuazione di un accordo d’autorità nel caso di un fallimento, l’accordo di Johnson era stato mitigato dalle concessioni fatte agli industriali, anche se, al solito, le lamentele di questi non terminarono lì. La giornata lavorativa passava a quaranta ore, l’età lavorativa minima dai 16 ai 17 anni, si riconosceva una maggiore rappresentanza nel Consiglio nazionale della I e II divisione (Appalachi e regioni centrali) che non a caso avevano avuto la maggioranza di rappresentanti nei gruppi di lavoro. Era altresì possibile per gli imprenditori istituire sottodivisioni all’interno delle divisioni, e globalmente si andavano a costituire 19 piccoli codici, di fatto sacrificando il principio della ricerca di un codice nazionale che la NRA si era preposta alla ricerca del compromesso. Ora, poi, che gli imprenditori avevano fissato minimi per i salari, questi potevano ora stabilire dei minimi di prezzo mentre i problemi del rapporto fra autogoverno dell’industria e sorveglianza governativa così come quello fra centralizzazione e autonomie locali erano tutt’altro che risolti. In questo ambito una politica di stabilizzazione dei prezzi, obiettivo primario della NRA, sarebbe stata impraticabile, allo stesso modo di altre misure unitarie. Il 18 settembre Roosevelt firmò la legge concedendosi tre membri in più all’interno del Consiglio (per evitare la continua posizione di minoranza del governo), riservandosi il diritto di richiedere qualsiasi tipo di dato statistico agli imprenditori ed infine abolendo la scappatoia “interpretativa” del paragrafo 7 che ancora trapelava dal codice da quando ce l’avevano messa Richberg e Johnson, sebbene questi ebbe avuto a lamentarsi della divergenza di interpretazioni di cui il paragrafo 7 fu oggetto. Il Codice divenne esecutivo il 2 ottobre.

L’accordo salariale del 22 settembre fra UMW e gli imprenditori degli Appalachi fu però la vera pietra miliare nell’approvazione del Codice. Tale accordo riguardava 340.000 minatori della regione, Sud compreso, costituendo la più numerosa manodopera rappresentata in un accordo nella storia americana: comportava salari più ragionevoli di quelli ormai correnti e, dove la forza contrattuale era maggiore, una giornata lavorativa di otto ore, un controllore del peso eletto dai lavoratori (prima non si era pagati a tonnellaggio ma a vagoni riempiti) ed una commissione per pozzo cui era delegato il compito di dirimere le vertenze con la proprietà32.

Gli industriali delle miniere vincolate erano disposti a concedere un accordo ma si rifiutavano ancora di sottoscrivere il codice e riconoscere il sindacato, scatenando la reazione dei minatori che continuarono con picchetti e scioperi, disobbedendo all’ordine di un Lewis che aveva deluso le promesse fatte ai lavoratori delle “vincolate”: pure il governatore della Pennsylvania Pinchot era sempre più irritato dai «pregiudizi antiquati» dei baroni dell’acciaio Ernst T. Weir, della National Steel Corp., e di Moses, della Frick.

Il 29 settembre si giunse ad un accordo ispirato alla section 4b del National Recovery Act, ritenuto soddisfacente dal sindacato, in cui la dirigenza delle miniere prendeva impegno con l’Amministrazione (il sindacato, al solito, non era riconosciuto come controparte) per uniformarsi ai tetti delle ore lavorative e alle paghe minime del codice del distretto in cui si trovava la miniera. Roosevelt acconsentì a patto che tali valori e le condizioni lavorative fossero identiche sotto ogni aspetto a quelle di tutte le altre miniere del paese. Poi chiese a Murray, vicepresidente della UMW, di far tornare i suoi al lavoro, ma questi, conoscendo gli imprenditori dell’acciaio, era di diverso avviso. Martin Ryan, un minatore della Frick con la stoffa del leader che già aveva mobilitato in precedenza i minatori delle “vincolate” dopo la resistenza di questi alla sottoscrizione del Codice, organizzò un’assemblea dei minatori che respinse qualsiasi proposta di tornare al lavoro. Johnson, acquisendo da Murray un documento in cui Moses riportava in intestazione (dopo esplicita richiesta di Murray) la sua funzione all’interno della UMW, aveva di fatti dato per chiusa la disputa, finendo per includere la trattenuta sindacale in busta paga nelle condizioni di lavoro. Gli industriali, che erano stati precedentemente tranquillizzati da Richberg che la trattenuta sarebbe stata a suo avviso esclusa dalle condizioni di lavoro, si irritarono non poco. Roosevelt era però di tutt’altra opinione, e Richberg tornò sui suoi passi dicendo che la sua posizione era stata equivocata.

L’impegno da parte di venti compagnie dell’acciaio nel rispettare le richieste dei minatori, che chiedevano che la quota sindacale fosse trattenuta in busta paga, stipulato il 12 ottobre unita all’ingiunzione del governatore Pinchot contro i picchetti mobili indusse i minatori a tornare al lavoro. Le trattative si arrestarono però il 18 del mese e Roosevelt, indignato, accusò d’inganno gli industriali dell’acciaio sempre reticenti a riconoscere la UMW. I capi delle quattordici maggiori imprese vincolate furono convocati alla Casa Bianca e, dopo una riunione di quattro ore in data 30 ottobre, dichiarò che in novembre il Nazional Labor Board si sarebbe pronunciato sul problema della sindacalizzazione delle miniere vincolate, garantì al sindacato un accordo formale «per lo meno favorevole quanto quello delle miniere nella zona appalachiana» e annunciò che la trattenuta era stata concessa. Le questioni fondamentali del settore erano risolte, l’intera industria del carbone aveva il proprio codice di concorrenza leale. Un sistema di concessioni lontano dall’essere un piano attentamente formulato per la stabilizzazione dell’industria, ma pur sempre un provvedimento necessario al fine di garantire condizioni migliori ai lavoratori dell’industria estrattiva33. Sullo sfondo del quadro più ampio del lavoro, rimanevano comunque problemi ingenti: «il potere centrale accettò contemporaneamente il sezionalismo geografico, il migliore esempio del quale è la situazione del sud, con le sue relazioni di razza e i suoi salari più bassi»34.

Al 28 ottobre 1933 la NRA ebbe prodotto 63 codici approvati dal presidente e portato all’udienza oltre 700 codici in più35.


6. Il National Labor Board

Sotto richiesta dell’Industrial Advisory Board e del Labor Advisory Board, che richiedevano un organismo che interpretasse la legge, in agosto Johnson creò il National Labor Board. Green della AFL, Lewis della UMW e Leo Wolman del LAB rappresentavano i lavoratori, Gerard Swope, Louis Kirstein e Walter C. Teagle le industrie. Il senatore Wagner presiedeva l’organismo. In definitiva il NLB, esclusa l’influenza sull’opinione pubblica, era una fabbrica di consigli. Contribuì alla cessazione degli scioperi e fornì un’interpretazione canonica del paragrafo 7, denominata “Reading Formula”. Sosteneva il principio della “supremazia della maggioranza” nella rappresentanza dei lavoratori, per cui il sindacato che avesse avuto la maggioranza di iscritti in uno stabilimento sarebbe stato autorizzato a trattare per tutti i lavoratori, eliminando la possibilità di una rappresentazione proporzionale o, peggio ancora, di una contrattazione individuale, dove il lavoratore sarebbe stato completamente alla mercé dei ricatti economici del datore di lavoro. Quest’ultimo era poi costretto a concedere al NLB di tenere elezioni per il sindacato, accettando l’eventualità che un sindacato “esterno” all’azienda potesse ottenere la maggioranza. Insomma, un organismo intraprendente ma debole, un organismo scomodo.

Finita la crisi, in autunno i datori di lavoro iniziarono a non farsi vedere alle riunioni del NLB. Gli irriducibili lo sfidarono apertamente: la Budd Manufacturing Company di Filadelfia si mise sul piede di guerra, in buona compagnia. Il solito Weir, ad esempio, si rifiutava di accettare i sindacati esterni, lasciando ai lavoratori solamente la scelta dei rappresentanti all’interno del sindacato aziendale: a nulla valsero le proteste di un NLB senza potere esecutivo che per le ritorsioni poteva solamente appoggiarsi alla NRA, che avrebbe potuto togliere l’Aquila Azzurra all’azienda reticente, oppure al deferimento al Dipartimento di Giustizia. Provvedimenti la cui lentezza comportava la loro totale inefficacia.

Le disposizioni del NLB iniziarono ad essere ignorate, la persona di Wagner, che stava mettendo la solita dedizione nella presidenza dell’organismo, fu screditata da diversi imprenditori. «Nel febbraio 1934 il NLB era divenuto quasi del tutto impotente» mentre il tentativo del Presidente di rafforzarlo finì con l’allontanarlo ancor di più dalla NRA. Richberg e Johnson gettarono nella polvere il sistema maggioritario di rappresentanza nel sindacato, consentendo pure alle aziende di trattare con i singoli dipendenti ed una disputa nell’industria automobilistica, con la formazione di un nuovo Automobile Labor Board, consumò lo strappo definitivo col NLB, a quel punto completamente scavalcato. Un’ardita proposta di legge promossa da Wagner per l’istituzione di un ufficio del lavoro con potere esecutivo si scontrò con l’opposizione di un Roosevelt che puntava ancora sulla cooperazione degli industriali alla NRA. La proposta di Wagner «autorizzava il nuovo ufficio a tenere elezioni, a proibire atti di coercizione e repressione da parte dei datori di lavoro, e prescriveva che i direttori aziendali trattassero gli affari con i rappresentanti designati dalla maggioranza dei lavoratori»: era un sostanziale rafforzamento del paragrafo 7. La Public Resolution n. 44 proposta invece dal Presidente accoglieva la creazione di uffici del lavoro con facoltà di tenere elezioni ma rifiutava gli altri provvedimenti. Wagner accolse tale provvedimento con la speranza di poter modificarlo in seguito. I senatori La Follette, Norris, Nye e Cutting votarono per il progetto originale. La loro amarezza era tangibile, tanto che Cutting ebbe a dire: «Il New Deal è stato sopraffatto dai suoi stessi amici»36.


7.1 L’aumento dei prezzi

Clarence Darrow aveva quasi settantasette anni nel marzo 1934. Aveva passato la vita a difendere nelle aule di tribunale i clienti più disparati, in alcune delle cause più eclatanti della sua epoca. Richberg ne propose la nomina nelle fila del NRRB, e Johnson, in «un momento di totale aberrazione mentale» come disse in seguito, appoggiò la richiesta. La tentazione di chiudere in bellezza quella lunga carriera di penalista «ancora animato da un candido e giovanile radicalismo» era troppo forte: Darrow mise su un banco degli imputati non poi tanto metaforico l’intera NRA, e fu fin troppo bravo nelle sue arringhe, iniziate con la divulgazione del primo rapporto del NRRB. Dopo la lettura, Richberg disse che non ci si poteva aspettare altro «quando un notorio socialista, che sostiene la causa di un controllo governativo completo sull’industria, viene prescelto per scrivere un rapporto per degli anarchici, che apparentemente si oppongono a qualunque controllo del Governo, perfino al controllo dei criminali»37. Rimaneva da appurare se chi avesse messo Darrow dove stava fosse un anarchico od un socialista. Per capire il perché di tanta virulenza da e contro la NRA bisogna però fare qualche passo indietro.

Abbiamo già visto quanto poco la NRA potesse fare contro chi violava gli accordi sottoscritti, e ciò creava dei veri e propri paradossi: le auto di Ford, senza l’Aquila Azzurra, erano prodotte rispettando accordi su paghe e ore lavorative ma fuori dai codici che l’industriale non aveva voluto accettare ed altri industriali, che si fregiavano del feticcio della cooperazione, li violavano tranquillamente. Rifiutare gli accordi o non rispettarli: entrambe le posizioni erano contraddistinte dalla totale impunità.

Nonostante Johnson continuasse a sognare diversamente, ma non osasse portare la questione in tribunale, la NRA non poteva imporre alcunché: per la verità il Dipartimento Legale pensava che neppure l’accordo presidenziale sulla disoccupazione potesse essere imposto con la forza. La NRA aveva mancato gli obiettivi d’occupazione generale dei lavoratori e della ripresa economica, ed intanto il malcontento verso la Recovery Administration serpeggiava ovunque. I sindacati non vedevano l’uniforme applicazione dei regolamenti su paghe ed ore lavorative, e diversi leader dei lavoratori pensavano che Richberg e Johnson non stessero applicando come dovuto la legge. Gli industriali, che pure avevano ottenuto grosse concessioni nelle trattative e si erano liberati delle «catene della legge contro i trusts», come disse Eugene Grace della Bethelem Steel, arrivarono a chiedere attraverso Swope la sostituzione della NRA con una Camera Nazionale del Commercio e dell’Industria: praticamente l’istituzione di un super cartello e l’uscita del Governo dalla politica di supervisione che il New Deal aveva avviato. Le associazioni commerciali avevano accumulato poteri enormi in fatto di prezzi e produzione: «benché queste autorità esercitassero poteri pubblici, non erano un’organizzazione pubblica. […] Si trattava di poteri che il Congresso aveva inteso dare al Governo perché li esercitasse esso stesso», non che li delegasse ad organismi di fazione38. Inoltre queste continuavano ad aborrire il paragrafo 7 e la conseguente contrattazione collettiva.

I prezzi aumentavano ed i consumatori attribuivano tale aumento alla crescita del potere delle associazioni industriali. Non avevano torto. La maggior parte degli accordi siglati all’inizio del 1935 comprendeva svariati provvedimenti per stabilire i prezzi minimi: in ordine di ricorrenza si andava dalla proibizione della vendita sottocosto (concessa da Johnson il 23 giugno 1933) alla fissazione dei prezzi nelle emergenze, per arrivare alle proibizioni generali di una loro diminuzione fino alla concessione, alle autorità costituite, di «fissare i prezzi minimi senza riferimento al costo».

Tugwell e lo Special Industrial Recovery Board di cui faceva parte disperavano. Tale organismo si era impegnato in modo decisamente maggiore della NRA nell’impedire la stabilizzazione dei prezzi, tanto agognata dagli industriali, nell’estate 1933. Per Tugwell con la fissazione si sarebbero ottenuti prezzi più alti che in altra maniera. La volontà degli industriali di mantenere i prezzi alti e diminuire la produzione era stata secondo lui una delle maggiori concause della depressione economica dal ’20 in avanti, avendo contribuito a provocare la diminuzione della capacità d’acquisto.

Il fatto è che sia Roosevelt che Johnson erano dello stesso avviso, almeno fino a quando gli industriali “presentarono il conto” dell’applicazione dei codici nelle loro aziende. Per Roosevelt, che aveva esperienze in campi come le risorse naturali ed i servizi pubblici in cui «tariffe ed i prezzi fissi avevano una tradizione ed uno scopo», la fissazione dei prezzi era una contropartita accettabile in cambio dell’applicazione delle riforme lavorative nelle industrie. Johnson poi rifiutava di sacrificare le piccole aziende tramite la corsa al ribasso: quella strada portava per lui al monopolio, e passava attraverso il peggioramento delle condizioni lavorative. Johnson seguitava comunque a chiedere agli industriali di tenere bassi i prezzi, e loro applicarono ai suoi discorsi la regola d’oro che avevano imparato in tanti confronti con la NRA: ascoltare e ignorare. Per Tugwell i profitti immediati degli industriali dovevano ridimensionarsi per perseguire un programma di aumento della produzione e diminuzione dei prezzi, puntando sull’efficienza e su un mercato che potesse così assorbire le merci prodotte. L’apice dello scontro si raggiunse quando, nell’insistere sulla politica dei prezzi, il SIRB chiese che gli accordi della NRA fossero sottoposti alla sua approvazione prima dell’entrata in vigore. Il generale, irato per il nuovo attacco alla virilità del suo predominio nella politica di rilancio industriale, si lamentò dal Presidente chiedendo di eliminare l’incomodo. La risposta di Roosevelt fu abbastanza chiara: dopo l’incontro con Johnson, lo Special Industrial Recovery Board venne sciolto, le sue funzioni trasferite «ad un remoto organismo che serviva per tutti i programmi di ripresa economica, il National Emergency Council».

«Se i prezzi aumenteranno con lo stesso ritmo con il quale aumentano le paghe, l’intero progetto risulterà nullo». L’argomento era l’applicazione del Recovery Act, a parlare, appena dopo la sua approvazione, era Franklin Delano Roosevelt. I tempi erano cambiati.

7.2 L’ultima causa di Darrow

Fin’ora si sono abbastanza apprezzati gli effetti delle pressioni degli industriali e dei lavoratori organizzati in sindacati, che in seno alla NRA erano rappresentati dall’Industrial e dal Labor Advisory Board. La terza parte in causa erano i consumatori, anche loro con una propria rappresentanza, la Consumers’ Advisory Board, ma senza gruppi di pressione organizzati alle spalle. Che cosa s’intendeva per consumatori negli anni Trenta? Il generale Johnson esprimeva perplessità: «Ma che cos’è un consumatore? Mostratemene uno!»39 ed inveiva contro gli «accademici» che dominavano tale organismo. All’estremo opposto Schlink, uno dei riferimenti della scuola dei consumatori che voleva un sistema industriale orientato al consumo, denunciava «le iniziative degli pseudo-consumatori, ovvero delle signore di buona società» tramite la sua organizzazione, la Consumers’ Research. Si anelava ad una «società dei consumatori», in alternativa al dominio dell’industria o del lavoro: «Nei suoi voli più alati la tesi dei consumatori giungeva ai confini della fantasia»40.

Al Consumers’ Advisory Board vi era Mary Harriman Rumsey, sorella maggiore di W. Averell Harriman e figlia del costruttore di ferrovie E. H. Harriman: da sempre s’interessava a quelle attività edificanti che l’alta società riservava alle proprie figlie più sensibili e con maggior tempo a disposizione. Grazie al suo rango, Mary Harriman conosceva personalmente i Roosevelt e la Perkins, con cui coabitava, nonché Hugh Johnson. Vedeva nella cooperazione la soluzione alla crisi del sistema economico e nell’attivazione dei consumatori la chiave per perseguirla.

La politica dei prezzi entrò ben presto nel mirino del Consumers' Advisory Board: Paul Douglas voleva abolire i prezzi fissi ed introdurre un'etichetta di qualità per evitare una eccessiva corsa al ribasso. Invero nel dicembre 1933 Johnson aveva già ceduto alle pressioni del poi silurato SIRB elevando ad autorità costituite alcuni rappresentanti dei consumatori tra cui Leon Henderson della Russel Sage Foundation: questi, insieme alla Harriman e ad altri, era piombato nell’ufficio di Johnson dopo una riunione di consumatori. Henderson tenne testa alle invettive del generale, e questi finì per nominarlo capo della Research and Planning Division e capo economista della NRA dopo esserne stato positivamente impressionato sul campo.

Gli inizi del gennaio ‘34 videro la NRA organizzare le prime riunioni sulla politica dei prezzi: si scontravano i sostenitori dei prezzi fissi, gli industriali che avevano nella persona di Arthur D. Whiteside (della Dun e Bradstreet) un valido appoggio a tali riunioni, e chi invece contestava queste misure. Fra questi il senatore Gerald Nye, che si avvalse dei rapporti della Consumers’ Advisory Board per denunciare la politica restrittiva di una NRA divenuta il fulcro dei monopoli, ed il senatore Borah, che propose di emendare il NIRA per porre termine alla sospensiva sui trusts cui s’era già opposto al Senato. Man mano che il tempo passava, la questione divenne sempre più calda, tanto che in marzo si tenne «una riunione di membri delle autorità costituite per riesaminare la politica della NRA», con quattromila delegati venuti da Washington a confrontarsi con le posizioni del Consumers’ Advisory Board. Tale evento portò alla creazione del National Recovery Review Board, ufficio incaricato di «investigare le tendenze monopolistiche negli accordi». Dei sei uomini che dovevano costituire l’ufficio, al senatore Nye fu permesso di nominarne cinque, a Johnson e Richberg uno soltanto: e la scelta cadde su Clarence Darrow.

Le polemiche seguite ai rapporti dell’ufficio, comunque incompleti e parziali, «frutto di un metodo investigativo fatto a caso, dilettante e pieno di pregiudizi» ed attaccati anche dai sindacati (nell’ottica dell’equazione prezzi bassi uguale salari bassi), ebbero il pregio di smuovere le acque. La situazione era difatti divenuta insostenibile: l’AAA vedeva minacciato il rialzo dei prezzi agricoli a fronte di un aumento dei prezzi industriali, «la Federal Trade Commission era sempre più preoccupata per i monopoli», mentre la PWA temeva l’influenza dei provvedimenti sui prezzi nell’edilizia. Sul finire di marzo Roosevelt nominò un comitato di gabinetto per esaminare gli effetti a lungo termine della politica dei prezzi con a capo la Perkins. Nel frattempo Johnson si decise a dare priorità al problema e nella prima metà di giugno fu diramato l’Office Memorandum 228, una norma che impediva di fissare i prezzi, escluse le situazioni d’emergenza. Frutto, tranne la clausola sulle emergenze, del lavoro di Blackwell Smith all’Avvocatura Generale. Il giorno dopo, Johnson fu costretto dalle virulente reazioni degli industriali ad affermare che tale provvedimento non era applicabile agli accordi già siglati (che riguardavano i nove decimi dell’industria). Nonostante ciò i ruoli che Henderson e Smith ricoprivano erano sufficiente garanzia nel mantenimento di prezzi ragionevolmente bassi quando questi venivano fissati, tendenza ad ogni modo destinata al declino41.

8. Lenta agonia di un’organizzazione

Il cammino della NRA si avvicinava al termine del suo mandato, stabilito dal NIRA per il giugno 1935, con crescente stanchezza. «Secondo la dottrina costituzionale allora in auge al Congresso mancava il potere legislativo per regolare le questioni relative alle paghe, alle ore lavorative, ed ai contratti collettivi. L’alternativa consisteva o nell’affrontare questi problemi tramite gli accordi, o nel non affrontarli affatto»42, e la NRA decise di assumersi in pieno la responsabilità della ripresa economica in un periodo in cui la depressione si profilava in fondo al baratro. L’approvazione e l’applicazione degli accordi, insieme all’incessante mediazione fra interessi stava provando l’organizzazione ed in modo se possibile maggiore il suo capo, oberato dal lavoro. Johnson prese a bere. Non era nuovo agli eccessi, ma dalla primavera del ’34 la crescente precarietà del suo equilibrio nervoso lo spinse più spesso in quella direzione. «Talvolta egli spariva per un giorno, o due, e poi ricompariva imbarazzato, con gli occhi rossi e gonfi» mentre Frances “Robbie” Robinson, la sua segretaria, lo sostituiva nell’irritazione generale. La Robinson era affezionata al generale, e tentava pure di distoglierlo dallo sregolato stile di vita che conduceva: ella per Ickes «era come certe mogli che si impicciano troppo degli affari del marito» e Richberg raccontò come questa pretese infuriata di poter entrare nell’ufficio di Johnson mentre egli lo aveva chiuso a chiave per parlare privatamente al generale. Dopo una dichiarazione di Johnson sull’importanza di lei nella NRA, «i titoli dei giornali divennero insinuanti» riportando «essa per lui non è solo una stenografa»: «un colpo basso» della stampa, come lo definì Johnson. Era evidente che ella stava progressivamente assumendo un’importanza eccessiva nella Recovery Administration.

Lasciando da parte il chiacchiericcio della stampa, il punto centrale del discorso è un altro. La guida di un singolo, carismatico individuo alla NRA era pregna di pericoli, e Johnson era in gran parte vittima di questa «intossicazione d’autorità»: «Non rifletteva più, né chiedeva consiglio» si avvicinava «con esplosiva attività» ai problemi, mancandone le questioni centrali. Aveva un concetto del tutto particolare della sua crociata alla NRA a cui reputava spettasse il compito di organizzare industria e lavoro in maniera completa, non escludendo la possibilità di fissazione di prezzi e la regolazione della produzione: «Johnson una volta donò a Frances Perkins una copia del libro The Corporate State di Raffaello Viglione; e, quando finalmente diede le dimissioni, egli invocò quello che chiamava « il nome luminoso » di Mussolini in un discorso di addio». La Perkins, sapendo che egli non era comunque un fascista, ipotizzava che potesse «dirigersi emotivamente e senza saperlo verso una direzione pericolosa»43. Nel dibattito storico taluni hanno preso decisamente più sul serio le provocazioni di Johnson e più precisamente il parallelismo con lo stato corporativo che questi sembrava delineare, ma di questo avremo modo di parlare in seguito.

Richberg e Tugwell avrebbero ispirato la sostituzione della guida “individuale” della NRA con quella di un consiglio, in modo da chiudere con un passato che aveva sofferto di una sorta di personalizzazione di tale organismo. Tale soluzione sarebbe ovviamente passata per le dimissioni di Johnson, che apparivano oramai inevitabili.

Richberg era già da tempo risentito nei confronti di Johnson, ma questi pareva non se ne accorgesse: l’irascibilità del generale e la sensazione che questi lo invitasse alle dimissioni lo spinsero a lasciare la NRA per primo. Causa di ciò era stata la reazione del generale quando scoprì l’intenzione di Roosevelt, che dall’inizio del ’34 riceveva lamentele dal Gabinetto sull’operato di Johnson, di fargli fare un viaggio in Europa lasciando forse al suo assistente Richberg le redini. Era la metà del ’34, nel periodo estivo: Roosevelt impose a Johnson di prendersi delle vacanze e Richberg fu trasferito alla direzione del National Emergency Council. Nonostante Richberg, Perkins, Morgenthau e Tugwell chiedessero al Presidente di affrontare il problema Johnson, egli non accolse le dimissioni che questi gli presentò alla metà di agosto, chiedendogli portare a termine la riorganizzazione cominciata sotto la sua guida. Pochi giorni dopo, alla presenza di Richberg e della Perkins, Roosevelt chiese se a Johnson sarebbe per caso piaciuto presiedere una commissione per lo studio della ripresa economica in Europa. Le dimissioni che presentò nuovamente furono rifiutate, e Roosevelt chiese a Johnson di «elaborare le sue idee di riorganizzazione». Da quel punto a Johnson rimase solo il titolo della posizione che prima ricopriva: Roosevelt assegnò a Blackwell Smith (Avvocato Generale) e al colonnello G. A. Lynch (incaricato amministrativo) il compito di guidare la NRA, riferendo soltanto al Presidente, con cui si dovevano incontrare settimanalmente: Smith ed il consigliere economico Henderson impostavano le linee guida dell’organizzazione. Il 24 settembre Johnson presentò le dimissioni. Il primo ottobre intrattenne al Dipartimento del Commercio uno struggente quanto retorico discorso d’addio ai dipendenti della NRA. Il 30 settembre Roosevelt annunciò nel suo “discorso davanti al caminetto” che era giunta l’ora di rivedere gli accordi della NRA, mise in dubbio l’accortezza dei provvedimenti su prezzi e produzione «che tante organizzazioni industriali hanno richiesto come necessari»44, e ricordava come la NRA fosse sempre stata aperta alle idee delle rappresentanze di commercio e industria.

Dopo le dimissioni di Johnson il National Industrial Recovery Board fu ufficialmente istituito: si trattava di un consiglio di cinque persone più due membri ex offcio, nelle persone di Smith e Henderson (rispettivamente consiglieri legale ed economico). I cinque erano «due uomini d’affari (Clay Williams della Reynolds Tobacco, e Arthur Whiteside), […] due professori universitari (Leon C. Marshall e Walton Hamilton), e […] un leader dei lavoratori (Sidney Hillman)». Amministratore era W. Averell Harriman (fratello di Mary, perita intanto in un incidente a cavallo) e Donald Nelson direttore nell’amministrazione degli accordi.

Roosevelt appoggiò la proposta di Ickes ed altri di nominare alla presidenza del consiglio Robert M. Hutchins, presidente dell’Università di Chicago. Richberg proponeva invece Williams, dicendo a ragione che Hutchins sarebbe stato osteggiato dall’industria. Quando la maggioranza del consiglio (professori compresi) propose di dimettersi per far spazio a Hutchins, questi ritirò disgustato la sua nomina. Le tesi di Richberg furono avvalorate e Williams, che ebbe modo poi di dimostrare la sua inattitudine al ruolo, con l’incarico di direttore del NIRB «agiva come capo nominale della NRA»45.

Ora, se si rammentano i trascorsi di Richberg l’appoggio a Williams, un «cortese sudista» industriale del tabacco, può sembrare un atto inspiegabile. Non lo è: arrivato dov’era, i progressisti ed i lavoratori, suoi vecchi amici e alleati, sembravano annoiarlo. La sua nomina nell’Amministrazione era stata accolta calorosamente da entrambe le categorie, ma nell’inverno ’34-’35 si capì che il vento era cambiato. Presidente del NEC, Richberg sfruttava astutamente il suo accesso al Presidente: contro il parere del sindacato AFL, della maggioranza del consiglio NIRB e dei due tecnici Henderson e Smith, Richberg indusse Roosevelt a firmare il rinnovo della Automobile Labor Board nel 1935. Tale organismo era stato composto seguendo la dottrina della rappresentazione sindacale pluralista (che escludeva nei fatti la contrattazione collettiva), tanto cara agli industriali ed invisa invece ai sindacati ed al Labor Board. Il rinnovo fece fallire il tentativo di condurre l’industria automobilistica sotto le disposizioni della Public Resolution n. 44, che avrebbero comportato la creazione di un consiglio simile a quelli che si erano già formati in altre industrie.

I sospetti di Ickes verso il suo ex socio di studio legale si dimostrarono più che fondati, così che la figura di Richberg divenne agli occhi di molti sinonimo di doppiezza e astuzia, mentre Ickes non lesinava su di lui spietati commenti. Il sindacato sembrò non perdonare Richberg: Lewis rilasciò dichiarazioni infuocate verso chi aveva «segretamente cospirato con i magnati dell’industria automobilistica» colpendo «i lavoratori a tradimento», «quei movimenti dei lavoratori che l’avevano nutrito e dal cui seno egli aveva succhiato il latte»46. Per alcuni leader dei lavoratori Richberg era diventato «il burattino degli industriali più ostinati (i fabbricanti di automobili, gli editori di giornali, i magnati dell’acciaio)».

Nonostante i precedenti, a Richberg bastò la proposta di aggiungere un rappresentante dei lavoratori in più nel consiglio, nella persona di Philip Murray della UMW, per far appoggiare da Green e Lewis la sua nomina a presidente provvisorio del NIRB, succedendo al dimissionario Williams, troppo legato alle posizioni industriali47.


9. Lezioni di Piano

Con Johnson se ne andava la prima interpretazione delle funzioni della National Recovery Administration, quella della crisi cui bisognava rispondere con l’azione, quella prospettata da Tugwell nell’incontro al Carlton, quella che prendeva ad esempio il War Industries Board. Ma l’America era in crisi, non in guerra: il passaggio dalla crisi alla normalità può essere assai meno tangibile di quello fra uno stato di guerra e la pace. «Fino a quando il senso di emergenza dette all’interesse pubblico l’occasione di sopraffare gli interessi privati, la NRA funzionò efficacemente», quando gli interessi privati dominarono questi finirono con l’affondarla. Evitando il pericolo di diventare lo strumento per uno statalismo che si ponesse contro la comunità industriale, la NRA aveva finito col diventare ostaggio dei multiformi interessi che l’animavano.

Nel 1935 Johnson ammise al Senate Finance Committee come alcune delle critiche mosse dal senatore Nye un anno prima fossero fondate, come quella sulla compilazione di listini con prezzi di taluni articoli determinati fraudolentemente dalle imprese che riuscivano ad imporsi all’autorità a svantaggio dei concorrenti. Per la politica dei prezzi quindi «Il fallimento non consisteva nell’idea dei prezzi stabiliti tramite gli accordi, ma nel permettere che l’industria dominasse questo processo». L’accusa di favorire i monopoli che gravava sulla NRA era accreditata dal fatto che i grandi gruppi dominavano con la maggioranza dei voti le autorità legali dei diversi settori. Era il caso dell’accordo dell’acciaio: nel 1934 gli abusi di potere delle autorità regolamentari di questa industria erano finite nel mirino della FTC, suscitando le ire di un Johnson che vedeva contrapposte la dottrina di una regolamentazione legalista dell’industria, portata avanti dalla FTC, contro la tesi della cooperazione fra Stato e imprese. Per quanto riguarda i monopoli, in realtà la vigilanza di Henderson, Smith e del Consumers’ Advisory Board fungeva da deterrente per chi voleva applicare quelle misure restrittive che l’industria poi finì essa stessa per ripudiare. Come disse Johnson, il pericolo paventato da chi chiedeva la reintroduzione dello Sherman Act era più per «qualche teorico male causabile nel futuro»48, ma la voce dei sostenitori della tangibilità di tale pericolo stava crescendo. Per diversi progressisti la sospensione della legge antitrust aveva rafforzato i grandi gruppi a svantaggio delle piccole imprese. Tale opinione considerava negativamente la fissazione, ritenendo che prezzi uniformemente alti danneggiassero la piccola impresa poiché questa non aveva modo di pubblicizzare i propri prodotti come i grandi gruppi. Se però si ebbe in effetti un incremento della quota di mercato dei grandi gruppi e la diminuzione della concorrenza, è pur vero che le piccole imprese avevano dalla loro la possibilità di agire su prezzi più bassi. La NRA voleva solo che tali aziende non facessero pagare la concorrenza al costo di pessime condizioni lavorative. Le piccole aziende erano entrate in crisi a causa delle attività concorrenziali monopolistiche già da prima che lo Sherman Act venisse abolito, ed il motivo era da ricercarsi nelle mutate condizioni del mercato, cui ostinatamente tutti si rapportavano ancora con il modello economico classico di Adam Smith. Erano la penuria di capitali da investire e la scarsità della domanda a stritolare le piccole imprese. Se la NRA ebbe una colpa nell’aggravamento delle loro condizioni, quella fu di ascoltare le prediche degli industriali che indicavano nell’eccessiva produzione e nei prezzi bassi i nemici da combattere. Qui si capiva come la NRA non potesse che fallire nei suoi intenti quando finiva col lasciarsi trascinare dalle richieste dettate dagli interessi particolari degli industriali: «una NRA dominata dell’industria, dedicata alla limitazione del mercato, avrebbe condannato la nazione ad una depressione permanente». Fortunatamente il ciclo vitale della NRA si chiuse di fronte a questo paradosso49.

Vi era anche qualcuno che considerava in maniera più pragmatica la reintroduzione dello Sherman Act: questi era Henderson. A suo avviso il primo compito della NRA era, se non li si voleva lasciare alla libera concorrenza, quello di regolare i prezzi evitando quell’autocontrollo industriale, richiesto nel maggio ’34 dalla Durable Goods Industries Committee, che descrisse a Johnson come «contrario all’interesse pubblico»50. La reintroduzione della legge antitrust avrebbe aumentato la flessibilità generale dei prezzi dell’industria che avrebbe finalmente fatto aumentare la produttività, per questo appoggiava tale provvedimento in contrasto con Johnson, Richberg e Moley. Nella sua volontà di regolamentazione, la NRA aveva fatto il passo più lungo della gamba: «Gli accordi invadevano troppi campi, imponevano troppe regole, e falsavano troppe decisioni». Salvo i provvedimenti che miravano a migliorare le condizioni lavorative e l’iniquità di taluni metodi commerciali, gli altri accordi andavano rimpiazzati da quelli sulle industrie principali51. La politica dei prezzi della NRA di fatto cambiò in questa direzione nell’estate del ’34, dall’approvazione dell’Office Memorandum n. 228.

10. Prodromi della rivoluzione keynesiana

Abbiamo visto come il modello economico classico fosse stato superato dai fatti. Quelli erano gli anni in cui l’economista britannico John Maynard Keynes elaborava la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (The General Theory of Employment, Interest and Money) che sarebbe stata pubblicata nel ‘36. Tenterò di darne una breve spiegazione, seppur approssimativa. Gli economisti neoclassici ritenevano che la causa della disoccupazione involontaria fosse il rifiuto dei lavoratori ad accettare salari più bassi. Tale rigidità salariale verso il basso, essendo superiore al salario d’equilibrio nel mercato del lavoro (market clearing), costringeva le imprese ad assumere meno manodopera. Per i neoclassici, la libertà delle imprese di abbassare il salario al livello d’equilibrio avrebbe comportato la piena occupazione. Nella Teoria Generale Keynes spiegò che la vera causa della disoccupazione era da ricercarsi invece nella inadeguatezza della domanda aggregata causata da un consumo ed un investimento insufficienti. Anche escludendo il problema etico, l’abominio dello sfruttamento del lavoro umano a paghe che rincorrono verso il basso il salario di sussistenza, diminuendo il salario in una fase depressiva (come quella dell’inizio degli Anni Trenta) o di stagnazione non si fa che aumentare la disoccupazione. Questo perché il salario del lavoratore è certo un costo di produzione, ma è anche una fonte di domanda. A queste condizioni, se diminuisce il potere d’acquisto del lavoratore, la domanda dei beni diminuirà. Se diminuisce la domanda dei beni prodotta dalle imprese, diminuirà pure la domanda di lavoro. Se aumenta la disoccupazione, diminuirà la capacità d’assorbimento del mercato ai beni prodotti dalle imprese, e così via, in una spirale discendente di cui non si vede il fondo. Ma non è finita: la propensione marginale al consumo delle classi meno abbienti è superiore a quella degli acquirenti più facoltosi, cioè questi ultimi spendono meno in proporzione al reddito di quanto facciano i primi, il cui impoverimento agisce così in maniera maggiore sul calo della domanda aggregata.

Alla luce di questa analisi, la soluzione di diminuire la produzione e aumentare i prezzi, come avevano intenzione di fare le aziende che di fatto avevano il controllo della regolamentazione dei prezzi, era una scelta insensata. Avrebbe vanificato gli sforzi ottenuti sul campo del lavoro dall’Amministrazione, che aveva fissato tramite i codici di concorrenza leale i salari minimi e ridotto le ore lavorative. Per riprendere le parole di Roosevelt all’approvazione del NIRA già citate a pagina 23, «Se i prezzi aumenteranno con lo stesso ritmo con il quale aumentano le paghe, l’intero progetto risulterà nullo». È questa la spirale depressiva permanente cui si riferisce Arthur Schlesinger Jr. quando parla della possibilità di un cartello industriale sui prezzi. Se la Grande Crisi era stata una crisi di sovrapproduzione, la soluzione era nell’allargare il mercato, non nel produrre sempre di meno finendo col contrarre la domanda fino all’abisso.

Questa in particolare è una definizione che può tornare utile e per questo è diffusamente usata, ma è approssimativa: Lauchlin Currie, funzionario del Tesoro di ispirazione keynesiana (anche se non si poteva ancora compiutamente dire tale visto che la Teoria Generale non era ancora stata pubblicata) che sarebbe poi andato alla Federal Reserve a fianco di Marriner Eccles, fornisce all’epoca un quadro più completo. Egli aveva evidenziato «come la quantità di moneta fosse aumentata lentamente negli anni venti e quasi per niente dal 1927 al 1929», facendo notare che gli anni Venti non erano stati un periodo di boom inflativo come alcuni sostenevano. La sua analisi retrospettiva degli anni Venti trovava «a) che la quantità di moneta era aumentata relativamente poco; b) che i prezzi dei beni di consumo erano rimasti stabili; c) che non vi era stata alcuna deficienza significativa di forza lavoro; d) ed infine che l’accumulazione delle scorte non era stata eccessiva» (evidenziazione mia). Le cause intime della crisi erano da ricercarsi altrove, e Currie ed Eccles «avevano già individuato la profonda affinità esistente tra le questioni della spesa e della moneta». Questi non sopportavano l’atteggiamento negativo di tanti colleghi economisti dell’epoca che evitavano con il distacco di proporre soluzioni, e Currie ed altri cinque esercitatori di economia ad Harvard (fra cui Sweezy) inviarono all’inizio del ’34 una lettera aperta al Presidente in cui lodavano il «voluto distacco dal gold standard» e soprattutto i «programmi di riforma a lungo termine». «Dalla fine del 1934 in poi, la Federal Reserve divenne l’ente governativo in cui si manifestò di più l’influenza keynesiana» e le politiche che lì si attuarono lo dimostrarono52.

Tornando al declino dei prezzi, a onor del vero bisogna dire che questo era terminato già prima dell’introduzione degli accordi: i codici avevano però evitato il ripresentarsi delle situazioni che avevano generato tale andamento. Sul fronte del lavoro, l’aumento di due milioni degli occupati registrato dopo il Reemployment Agreement in una stagione del 1933 era un dato positivo, ed in generale i risultati cui la NRA era approdata in campo sociale erano quelli destinati ad un successo più duraturo. Quasi ad indicare il legame con il WIB del precedente conflitto mondiale, l’esperienza della NRA sarebbe poi stata messa a frutto per il War Production Board, la spina dorsale della macchina bellica americana che cambierà le sorti dell’Europa e fonderà sull’acciaio dei mezzi corazzati il definitivo rilancio industriale americano.

11.1 Una scomoda allegoria

Già, la guerra al nazifascismo. Sembra non esserci nulla di più distante fra la democrazia di cui abbiamo fino adesso parlato e gli Stati totalitari d’oltreoceano. Così sembra, e così è: affermazione che può non essere banale nel discorso che si sta per fare. Lo studio comparato degli strumenti di reazione alla Grande Crisi nei diversi Stati è utile nel fornire un quadro storico più articolato, e non mira certo a mettere sullo stesso piano di legittimità democratica la repubblica la cui più alta carica era ricoperta da Hoover prima e da Roosevelt poi ed il governo brutale di un Ventennio che violentò le istituzioni liberali che aveva ereditato. Se il dibattito storico non rischiasse di confondersi con palesi falsificazioni che emergono tristemente dal dibattito pubblico, non ci sarebbe neppure bisogno di ricordarlo.

Lo storico Maurizio Vaudagna muove una critica agli «opposti eccezionalismi»: «l’eccezionalità parentetica dell’esperienza fascista rispetto alla vicenda storica delle democrazie occidentali, l’eccezionalismo dell’esperimento democratico americano rispetto alle contemporanee vicende storiche europee, anche nei loro aspetti più sgradevoli».

Il rifiuto pregiudiziale di un’analisi comparativa fra le esperienze europee ed americane, parecchio diffuso nelle scienze sociali fino alla prima metà del secolo scorso, non è invece eccessivamente gravato sulle materie economiche: «molti lavori hanno affrontato i modelli di industrializzazione, la specializzazione produttiva dei vari paesi nella divisione internazionale del lavoro, i principali indicatori macroeconomici e l’utilizzazione delle politiche economiche dei governi». Motivi di tale diversità di approccio sono da ricercarsi negli orientamenti euro-centrici prima e americo-centrici poi che le correnti storiografiche di maggior rilievo tendevano ad assumere in un quadro spesso ideologicamente orientato: «si potrebbe pensare che le categorie eccezionaliste trovano una maggiore accoglienza, almeno nel ‘900, nei momenti di forte orgoglio, aggressività o slancio nazionale, mentre i momenti di crisi e di rimessa in discussione del ruolo americano nel mondo tendono a recuperare un comparativismo parallel-oriented». Le categorie eccezionaliste sono state dunque messe in crisi dall’«impatto culturale della grande depressione, quando la crisi mostrava l’impossibilità di evitare i mali che affliggevano le società europee, mentre i tardi anni trenta videro un recupero eccezionalista segnato dalla coscienza di essere rimasto un paese libero impegnato nella lotta antifascista». Tali categorie riemergeranno nella dinamica della contrapposizione bipolare della guerra fredda, quando nella comparazione con l’Europa il modello americano assumerà, in contraddizione con il «campanilismo storico» che professava, carattere universalistico. Dominati da tale prospettiva, gli anni cinquanta vedranno numerose opere di scienze sociali interpretare «la democrazia americana come esperienza irripetibile di una società a base collettivamente consensuale, accentuando una nozione istituzionale e delegata della democrazia» e mostrando sospetto verso una partecipazione di massa valorizzata invece dalla cultura progressista degli anni Trenta che ne fece, abbiamo avuto modo di constatarlo, uno dei principali strumenti del proprio successo53.


11.2 Corporativismo italiano e New Deal: affinità e divergenze

Prima di continuare è necessario dare una possibile definizione di corporativismo:

un tipo di relazione sociale tra gruppi caratterizzato da: a) un sistema di rappresentanza degli interessi le cui unità costitutive sono organizzate in un numero limitato di categorie obbligatorie, non competitive, ordinate gerarchicamente e differenziate funzionalmente, uniche nel proprio settore (singular) riconosciute o autorizzate (se non create) dallo stato e dotate di una esplicita (deliberate) rappresentanza monopolistica all’interno delle rispettive categorie in cambio dell’osservanza di certi controlli sulla selezione dei dirigenti e la formazione delle richieste e del sostegno; b) un processo informale o istituzionalizzato di contrattualismo sociale tra questi gruppi, che discute la divisione delle risorse economiche e la formazione delle decisioni politiche e i cui risultati trovano riconoscimento nella politica governativa; c) un complesso di idee volte a promuovere la creazione e a giustificare l’esistenza di questo sistema di relazioni inter-gruppi, fondate sul bisogno di armonia sociale e di cooperazione in vista del raggiungimento di un interesse sociale più ampio.54

Il biennio qui principalmente trattato, quello 1933-1934, vedeva «cordiali relazioni diplomatiche» fra Italia e Stati Uniti, ed il dibattito sui «caratteri comuni» delle «politiche economiche fasciste e newdealiste» era in frequente svolgimento sulla stampa dei due paesi (Mussolini favoriva il dibattito degli intellettuali su questo allora comodo parallelismo, salvo avere poi la delicatezza politica nei confronti di Roosevelt di sottrarre ai suoi oppositori questo argomento): condizione che poi inevitabilmente mutò dopo il 1935 «parallelamente alle maggiori critiche antifasciste» negli Stati Uniti. Ma allora Roosevelt considerava ancora Mussolini «quell’ammirevole gentleman italiano»55 che mediava fra «il revisionismo tedesco e la fedeltà francese alle decisioni di Versailles»: «la depressione che colpiva entrambi i paesi, la loro collaborazione in politica internazionale, i paralleli sviluppi istituzionali delle corporazioni e della NRA» costituivano elementi di convergenza, ed il suo era un giudizio dettato dalla realpolitik. D’altro canto i vertici fascisti ritenevano «che la logica interna delle misure americane avrebbe spinto Roosevelt progressivamente più vicino all’assunzione di poteri di tipo dittatoriale e ciò avrebbe significato un altro passo nel processo di convergenza dei due sistemi». Analisi che, fortunatamente, si rivelò palesemente errata56.

L’ambasciatore americano in Italia Breckinridge Long si spingeva a definire il corporativismo come «l’esperimento di governo più interessante ad apparire all’orizzonte dal tempo della nostra Costituzione centocinquanta anni fa»57 e invitò Johnson e Tugwell a «studiare i suoi dispacci sullo stato corporativo italiano», che si dimostrarono entusiasti dell’opportunità.

Le analogie nelle politiche economiche dei due Stati, spinti ad assumere il ruolo di stabilizzatori dalla crisi, consistevano principalmente negli strumenti che utilizzavano a tal scopo. I principali erano: «la tutela legale e garantita in sede pubblicistica alla concentrazione e alla cartellizzazione economica», in riferimento al potere decisionale dei grandi gruppi nelle associazioni industriali legittimate dalla NRA negli Stati Uniti e dai consorzi obbligatori istituiti nel ’32 in Italia: questi emettevano ordinanze a valore legale (allo stesso modo del Consiglio Nazionale delle Corporazioni), sotto il nome di «codici di comportamento dei consorzi obbligatori», la cui convalida richiedeva l’accordo dei rappresentanti industriali di «almeno il 70% della capacità produttiva del settore», analogamente alla quota stabilita nella stesura dei codes58. Altri importanti strumenti comunemente adottati furono: «l’incoraggiamento all’accumulazione e l’aiuto finanziario al mondo produttivo attraverso nuove istituzioni di credito pubblico; il sostegno a un livello perlomeno minimo di capacità d’acquisto, un freno imposto alle possibili reazioni minacciose alla disoccupazione attraverso la spesa pubblica».

Entrambi i paesi videro una moltiplicazione degli «enti pubblici governativi». Una burocrazia pubblica in ascesa, caratterizzata da funzionari con una formazione sempre più tecnica: «il potere si concentrò nell’esecutivo e le decisioni vennero prese in misura maggiore da enti amministrativi che dalle assemblee legislative». Mentre però in Italia i posti pubblici così creati furono un buon ripiego per la classe media nel periodo della crisi, negli Stati Uniti lo Stato non voleva entrare eccessivamente in competizione con i datori di lavoro privati.

La Banca d’Italia e la Federal Reserve si occuparono entrambe del controllo centralizzato sul credito, intervenendo in quello di medio e lungo periodo. Il finanziamento industriale era stato sostenuto dall’hooveriana Reconstruction Finance Corporation negli Stati Uniti e dall’analoga istituzione creditizia italiana denominata IMI. In Italia la costituzione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) fu un modo per far fronte alla crisi che aveva colpito le maggiori tre banche italiane, e la conseguenza fu «una gigantesca socializzazione delle perdite del settore industriale e bancario» e la preminente proprietà pubblica di settori strategici quali siderurgia, cantieristica, telefonia, elettricità e in parte del settore meccanico. Ciò facilitò la mobilitazione bellica di tali settori, che comunque «operavano secondo le norme privatistiche e dipendevano dal mercato dei capitali per il finanziamento».

I fascisti criticavano la mancanza di rappresentanti del lavoro nel modello di «autogoverno industriale» (come anche loro lo chiamavano) americano: in verità il fascismo «nacque per l’esigenza di rompere le organizzazioni autonome del movimento operaio» e così fece, sostituendovi sindacati fascisti che non avevano rappresentanti di fabbrica e si ritrovavano con le mani legate. La centralizzazione decisionale «in materia di relazioni industriali» stroncò i tentativi dei sindacati fascisti di ingraziarsi i lavoratori tramite scioperi dimostrativi, e quando l’«unica Confederazione dei sindacati fascisti» tentò di agire come gruppo di pressione con maggior potere fu suddivisa «in otto federazioni di categoria». Questa sorta di principio del divide et impera era poi applicato ai lavoratori promuovendo la contrattazione individuale.

L’accettazione della contrattazione collettiva negli Stati Uniti, che aveva incontrato ampie resistenze negli imprenditori, rispondeva invece alla necessità del governo di trattare con dei validi referenti del mondo del lavoro, sui quali poter poi fare pressione: «la complessa procedura di elezione, mediazione e arbitrato era volta a prevenire e isolare gli scioperi e i conflitti più mobilitanti», trasferendo a livello della rappresentanza l’appianamento delle divergenze.

Anche il presunto ruolo delle Corporazioni italiane era solo di facciata: «gli organi corporativi non furono mai il luogo dove vennero prese le decisioni economiche delicate, e i loro poteri legali non furono mai tradotti in realtà e utilizzati, poiché le corporazioni non vennero mai a godere dell’autonomia dal governo centrale che il principio di autogoverno industriale richiedeva». «Gli industriali non permisero mai che le corporazioni sostituissero le loro tradizionali associazioni e i loro canali di collegamento con il governo». La NRA aveva invece spinto alla creazione di associazioni commerciali che assunsero fin troppo pienamente i poteri di cui furono investite, e quando questo meccanismo si sbilanciò troppo dalla parte della grande imprenditoria, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la NRA all’unanimità, avvallando le richieste di chi era contrario a tale centralizzazione: «conservatori liberisti, piccola e media impresa, ampie porzioni del movimento sindacale, organizzazioni dei consumatori e progressisti di varia origine». L’Amministrazione si liberava così di «una grossa macchina ingombrante, di cui godevano solo le grandi imprese e che creava maggiori tensioni sociali di quante non ne alleggerisse». La grande impresa aveva comunque già ottenuto abbastanza dal periodo della NRA, ed in un contesto di ritrovati rapporti di forza si poteva abbandonare questo invasivo organismo59.


12. Appendici

a. Indice degli acronimi degli organismi e delle organizzazioni

AAA

=

Agricultural Adiustment Administration


AFL

=

American Federation of Labor

Sindacato

FERA

=

Federal Emergency Relief Administration


FTC

=

Federal Trade Commission


LAB

=

Labor Advisory Board


NCA

=

National Coal Association

Associazione dei proprietari di miniere (conservatrice)

NEC

=

National Emergency Council

Comitato presidenziale per la supervisione dei programmi di ripresa

NIRA

=

National Industrial Recovery Act

Legge per la ripresa
(anche “rilancio industriale” o “Recovery Act”)

NIRB

=

National Industrial Recovery Board

Consiglio di amministrazione della NRA

NLB

=

National Labor Board

Si occupa delle divergenze d’opinioni sulle questioni del lavoro sotto la giurisdizione della NRA

NRA

=

National Recovery Administration

Attua il titolo I del NIRA

costituzione: giugno 1933

NRRB

=

National Recovery Review Board

Commissione di revisione della NRA
costituzione: marzo 1934

PWA

=

Public Work Administration

Attua il titolo II del NIRA

costituzione: giugno 1933

SIRB

=

Special Industrial Recovery Board

La commissione di gabinetto per la NRA

sciolta nel 1933

UMW

=

United Mine Workers

Sindacato dei minatori

WIB

=

War Industries Board


b. Indice dei nomi

Alcune figure chiave nel periodo della Presidenza F.D. Roosevelt, biennio 1933-1934

Nome

Funzione

Pagine

Cummings, Homer

Procuratore Generale (Ministro della Giustizia)

5

Dickinson, John

Sottosegretario al Commercio

Assistant Secretary of Commerce

7

Green, William

Presidente della AFL

20, 28

Hillman, Sidney

Leader sindacale, consigliere NIRB

15, 27

Ickes, Harold

Segretario agli Interni, amministratore della PWA

9, 26, 28

Johnson, Hugh S.

Amministratore della NRA

4-30, 35

Keynes, John M.

Economista britannico, forse il più importante del XX secolo

6, 31

Lewis, John L.

Presidente della UMW

14-19, 20, 28

Moley, Raymond

Vicesegretario di Stato

4, 7, 14, 30

Murray, Philip

Vicepresidente UMW

19, 28

Perkins, Frances

Segretario al Lavoro

7, 24-27

Richberg, Donald

Assistente di Johnson alla NRA
Capo del NEC

7-9, 17-19, 20-22, 25-28, 30

Sachs, Alexander

Capo divisione per le ricerche e la pianificazione

Chief and Organizer of Division of Economic Research and Planning NRA

9, 14

Tugwell, Rexford C.

Vicesegretario all’Agricoltura

Assistant Secretary of Agriculture

4-5, 7, 10, 22, 27, 29, 35

Wagner, Robert F.

Senatore

7-8, 20-21

Wolman, Leo

Chairman of Labor Advisory Board NRA

20

Woodin, William

Segretario al Tesoro

5

c. Bibliografia

Duso A., Economia e istituzioni del New Deal, Bari 1980 (Wilcox C.-Fraser H.F.-Murphy Malin P., America’s Recovery Program, New York 1934, traduzione a cura di Cecconi A.)

Heath Onthank A., Come si fanno i codici, in Duso A., Economia e istituzioni del New Deal, Bari 1980, pp. 43-53

Johnson J.P., La stesura del codice di concorrenza leale della National Recovery Administration per il settore del carbone bituminoso, in Vaudagna M., Il New Deal, Bologna 1981, pp. 109-129

Schlesinger A.M. Jr., L’Età di Roosevelt – L’Avvento del New Deal, Bologna 1963 vol. 2 (Schlesinger A.M. Jr., The Age of Roosevelt – The Coming of the New Deal, Boston 1959 vol. 2, traduzione a cura di Polla G.)

Vaudagna M., Corporativismo e New Deal, Torino 1981

d. Note

Abbreviazioni

I saggi tratti dalla miscellanea Vaudagna M., Il New Deal, Bologna 1981 sono riportati nelle note a piè di pagina con il solo nome dell’autore dell’intervento. Le notazioni complete sono presenti in bibliografia.
Seguono le altre abbreviazioni.


Duso

=

Duso A., Economia e istituzioni del New Deal, Bari 1980

Schlesinger Jr.

=

Schlesinger A.M. Jr., L’età di Roosevelt, Bologna 1963 vol. 2

Vaudagna

=

Vaudagna M., Corporativismo e New Deal, Torino 1981

Se non altrimenti specificato, le frasi virgolettate sono tratte dal saggio di Arthur M. Schlesinger Jr., fonte di consultazione principale per la stesura di questa relazione.


Note

1Cfr. Schlesinger Jr., p. 98.

2Cfr. Schlesinger Jr., p. 93-97.

3Cit. in Schlesinger Jr., p. 114.

4Cfr. Schlesinger Jr., p. 5.

5Cit. in Schlesinger Jr., p. 23-24.

6Cfr. Schlesinger Jr., p. 5-7.

7Bronson Cutting, senatore del New Mexico, cit. in Schlesinger Jr., p. 7.

8Cfr. Schlesinger Jr., p. 8-9.

9Raymond Moley, vicesegretario di Stato, cit. in Schlesinger Jr., p. 87.

10Cfr. Schlesinger Jr., p. 86-88.

11Cfr. Schlesinger Jr., pp. 94-98.

12Cfr. Schlesinger Jr., pp. 98-102.

13Cit. in Schlesinger Jr., p. 104.

14Cit. in Schlesinger Jr., p. 110.

15Cfr. Heath Onthank A., p. 47.

16Cfr. ibid., p. 50.

17Duso, p. 47 (in nota).

18Cfr. Schlesinger Jr., pp. 103-116.

19Cfr Heath Onthank A., p. 49.

20Cfr. Heath Onthank A., p. 48.

21Cfr. Heath Onthank A., p. 51, 52.

22Cit. in Schlesinger Jr., p. 118.

23Cfr. Schlesinger Jr., pp. 116-119.

24Cfr. Johnson J.P., p. 112.

25Cit. in Schlesinger Jr., p. 149.

26Cfr. Schlesinger Jr., p. 148.

27Cfr. Johnson J.P., p. 109-110.

28Cfr. Schlesinger Jr., pp. 139-140

29Cfr. Schlesinger Jr., pp. 142-143

30Cfr. Johnson J.P., pp. 111-116.

31Cfr. Schlesinger Jr., pp. 146-147.

32Cfr. Johnson J.P., pp. 116-125.

33Cfr. Johnson J.P., pp. 125-129.

34Cfr. Vaudagna, p. 220.

35Cfr. Heath Onthank A., p. 53.

36Cfr. Schlesinger Jr., pp. 149-153.

37Cfr. Schlesinger Jr., pp. 134-135.

38Cfr. Schlesinger Jr., pp. 126-127.

39Cit. in Schlesinger Jr., p. 132.

40Cfr. Schlesinger Jr., p. 130.

41Cfr. Schlesinger Jr., pp. 129-137.

42Cfr. Schlesinger Jr., p. 179

43Cfr. Schlesinger Jr., p. 154-155.

44Cit. in Schlesinger Jr., p. 164.

45Cfr. Schlesinger Jr., pp. 156-160.

46Cit. in Schlesinger Jr., p. 166.

47Cfr. Schlesinger Jr., pp. 164-167.

48Cit. in Schlesinger Jr., p. 171.

49Cfr. Schlesinger Jr., pp. 170, 176, 174.

50Cit. in Schlesinger Jr., p. 162.

51Cfr. Schlesinger Jr., pp. 161-162, 173, 179.

52Cfr. Sweezy, pp. 249-254.

53Cfr. Vaudagna, pp. 7, 12-13, 16-19.

54Cfr. Vaudagna, p. 213.

55Cit. in Vaudagna, p. 200.

56Cfr. Vaudagna, pp. 197, 200-201.

57Cit. in Vaudagna, p. 199.

58Cfr. p. 11.

59Cfr. Vaudagna, pp. 202-203, 205, 209, 221.


© 2004 Emanuele Zangarini.

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