5.9. L’estromissione

Le riforme interne e soprattutto la scelta di coesistere pacificamente con la "tigre di carta" statunitense avevano fruttato a Chruščëv una folta schiera di nemici, non esauritasi con la vittoria sul gruppo antipartito del ’57, ed oramai non era solo più la Cina a reputare troppo liberali le sue politiche. Le riforme economiche intraprese dal suo governo, la più significativa delle quali nel novembre ’62, non sembravano risanare una situazione economica sempre più critica, ed il settore primario ne fu il più colpito, obbligando più tardi l’URSS a ricorrere all’importazione di cereali per sopperire ai magri raccolti.

Tale congiuntura si rivelò fatale alla carriera di Chruščëv: il 14 ottobre 1964, in seguito alla decisione del Politburo, fu costretto a firmare le dimissioni.

Le altre potenze mondiali accolsero con sorpresa l’evento: l’energico e disinvolto leader sovietico, artefice della distensione con Eisenhower prima e con J. F. Kennedy dopo, aveva lasciato la dirigenza ufficialmente per motivi di salute, ma in pochi cedettero alla versione ufficiale, abituati alle manovre della burocrazia sovietica.

Una nuova direzione collegiale, in cui gli elementi più conservatori erano predominanti, assunse la guida dell’Unione Sovietica.

Breznev e Kossigin, rispettivamente presidente della segreteria del Partito e del Consiglio, ne formavano la direzione assieme a Podgornyj, nel ’65 subentrato a Mikojan alla presidenza del Soviet Supremo. Anche in questo caso, da questa sorta di triumvirato, sarebbe emerso un nuovo uomo forte, che avrebbe subordinato i contendenti.

Questi era Leonid Breznev, che impose all’URSS una forte rivisitazione della politica di Chruščëv.