6.4. Lo scontro con la Cina

I contrasti all'interno del blocco socialista non accennavano intanto a placarsi. Già dal 1964 il rapporto Suslov stilato dai sovietici denunciò la Cina per "posizioni non leniniste" e l'accusò di spaccare il fronte dei Paesi comunisti, mentre il partito comunista cinese criticava il revisionismo sovietico nelle scelte di politica interna ed estera. I rapporti commerciali russo-cinesi furono i primi a risentirne, riducendo il volume degli scambi ad un quinto rispetto ai valori del 1960 (dal 15% al 3% delle importazioni sovietiche dalla Cina).

Il malanimo fra i due Paesi crebbe dal 1966, assumendo risvolti tragici nel 1969, dove le scaramucce di frontiera sfociarono in veri e propri scontri armati sul fiume Ussuri (confine fra Kazakistan ed il Sinkinag) e sul fiume Amur. Solo l'incontro di Pechino fra Kosygin e Chou En-lai dell'11 settembre 1969 ed il successivo accordo per l'apertura dei negoziati sulle questioni di frontiera (7 ottobre 1969) evitò il dilagare di un conflitto che avrebbe potuto travolgere il fronte comunista.

Nel dicembre 1972 sarebbero però poi nati ulteriori scontri sul confine del Kazakistan e Brežnev, sottolineando il rapporto sempre teso con Pechino, avrebbe respinto il patto di non aggressione proposto dai cinesi, che richiedeva il parziale ritiro delle truppe sulla frontiera.

Fu però nel 1979 che URSS e Cina si trovarono ad un passo dalla guerra totale. Già dalla fine del '78 il governo cinese finanziava il regime di Polpot, in Cambogia, contro il quale si erano schierati i comunisti vietnamiti, finanziati dai sovietici e legati a loro da un trattato di mutua assistenza. La Cina attaccò il Vietnam il febbraio dell'anno seguente, e L'Unione Sovietica decise di non entrare in guerra con il sempre più scomodo vicino.