Gli ultimi anni dell'era di Brežnev furono caratterizzati da un ulteriore peggioramento dei rapporti internazionali e da un immobilismo cronico su tutte le problematiche che avrebbero in seguito causato il crollo dell'Unione Sovietica, prime fra tutte la disastrosa politica economica e la corruzione dilagante.
Intanto l'Unione Sovietica proseguiva nella propria politica espansionista. Governato fino al 1973 da una monarchia, l'Afghānistān divenne formalmente repubblica presidenziale dopo la detronizzazione, avvenuta il 17 luglio, di Zahir Shah, l'ultimo re afgano, deposto da suo cugino e cognato Sardar Muhammad Da‘ud.
Il governo del generale Da‘ud, che sostanzialmente lasciava invariato il potere della famiglia reale e impediva una vita democratica, provocò movimenti antagonisti che riscossero sempre più successo, diffondendosi negli ambienti intellettuali e nelle campagne. Sotto l'influenza sovietica si svilupparono due partiti comunisti, il Khalq ed il Parcham, che confluirono successivamente nel PDPA guidato da N. M. Taraki, il partito comunista afgano, a seguito del golpe militare (1978) che portò alla morte di Da‘ud e della sua politica filo-iraniana, alla quale subentrò quella filo-sovietica della neonata Repubblica Democratica dell'Afghānistān. I metodi polizieschi della cosiddetta repubblica democratica e le forti resistenze del clero islamico al governo comunista provocarono un vasto dissenso all'interno del Paese, già lacerato da antiche divisioni etniche, alla quale il governo comunista voleva porre rimedio con quel tipo di opprimente centralizzazione che conoscevano tutti i Paesi del blocco socialista. Nacque così una forte guerriglia anti-governativa. Ritenendo la situazione precaria, Mosca decise di sostituire a modo suo Amin, già primo ministro divenuto presidente dopo il rovesciamento e l'uccisione di Taraki.
Amin fu così ucciso insieme alla sua famiglia (dicembre 1979) ed il suo posto fu preso da Karmal, mentre l'Armata Rossa aveva ormai raggiunto Kabul e stava disarmando l'esercito afgano, mentre l'opinione pubblica mondiale guardava con ostilità quel nuovo capitolo dell'espansionismo sovietico. L'intervento sovietico avrebbe solamente aggravato la situazione. La resistenza armata trovò modo di superare (temporaneamente) parecchie divergenze, formando un fronte compatto contro il nemico e trovando in Iran e Pakistan vasti appoggi per la lotta su base islamica, che si dimostrò fatale alla colossale macchina bellica sovietica.
L'ultima prova di forza di Brežnev, si sarebbe tradotta infatti in una sorta di Vietnam sovietico, una lotta che non avrebbe fatto altro che sottrarre preziose risorse all'URSS. Solo vent'anni più tardi, nel febbraio del 1989, l'ultimo contingente sovietico avrebbe lasciato finalmente l'Afghānistān. Vent'anni che sarebbero bastati a trasformare il decadente impero sovietico nell'ombra di se stesso.