Il 25 luglio 1991 Gorbačëv tentò il tutto per tutto: al plenum del PCUS, propose di cambiar nome al partito e di abbandonare l'orientamento marxista-leninista, scatenando la reazione, questa volta molto più concreta, dei conservatori.
Il 19 agosto 1991 una congiura di ministri, militari, reazionari del Partito, esponenti del KGB e dell'Armata Rossa, con l'appoggio del Soviet supremo, destituì Gorbačëv. Era colpo di Stato. I golpisti misero in stato di arresto Gorbačëv nella sua villa in Crimea, mentre il vicepresidente Janacev assumeva la guida dell'Unione Sovietica. Elstin, dopo l'uscita dal PCUS aveva ferocemente attaccato Gorbačëv ed il suo entourage ma con cui aveva, nell'aprile 1991, sottoscritto il Trattato dell'Unione, guidò il movimento di resistenza ai golpisti. Decine di migliaia di persone, i sindaci di Mosca e Leningrado e gli esponenti delle repubbliche baltiche scesero in piazza. L'ultimo colpo di coda del vecchio establishment conservatore non riuscì nel suo intento, il golpe fallì. Gorbačëv venne rilasciato subito dopo e reintegrato nel suo incarico, ma oramai era Boris Eltsin, soprannominato "il kamikaze della perestrojka", ad attrarre i consensi, e la figura di Gorbačëv andò sbiadendosi.