Copyright © 2002-2005 Emanuele Zangarini
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Estratto
Cronistoria degli eventi più salienti della contrapposizione fra i due blocchi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale al crollo dell'Unione Sovietica.
Particolare attenzione è posta sulle successioni dei segretari del PCUS, sui fronti della Guerra Fredda e sulla corsa allo spazio.
Originariamente scritto nel 2002 nell'ambito del progetto per l'esame di maturità.
Il sito originario del progetto ospita una versione precedente a questa (2.1), comprensiva di ulteriori contenuti multimediali.
L'ultima versione di questo documento è disponibile su http://echowebspace.altervista.org/docs/ in diversi formati.
Sommario
Questo è un vecchio lavoro. Ho scritto questa relazione due anni e mezzo fa come tema e contenuto di un ipertesto multimediale.
Riguardando ora il lavoro fatto per l'esame di maturità, non posso che prendere atto del suo valore estremamente cronachistico. Rileggendone alcune parti mi trovo in disaccordo con quanto affermavo, e le inesattezze (quando non veri e propri errori di valutazione) non sono poche. Lo spazio ad interpretazioni più ampie è limitato e la maggioranza di queste sono frutto di considerazioni personali (questo vale soprattutto per i fatti che vanno dall'11 settembre 2001 al summit di Pratica di Mare del 28 maggio 2002) sul dibattito allora in corso sui mezzi di informazione e verso cui accetto indicazioni per possibili integrazioni del discorso.
Nonostante queste palesi mancanze di fondo, credo comunque che uno spazio come questo possa servire a gettare un minimo di luce sul nostro recente passato: conflitti come l'invasione sovietica dell'Afghanistan sono spesso citati dai media senza che il loro pubblico sappia se e quando un tale evento si sia verificato. Sicuramente qualcosa di più si sa su eventi come il lancio del primo uomo nello spazio od il progetto Apollo, coronato con lo sbarco sulla Luna, così come delle pagine più buie come la decennale guerra nel Vietnam o la costruzione delle prime bombe nucleari che rasero al suolo Hiroshima e Nagasaki.
Particolare attenzione è qui posta ad una breve cronologia storica dell'Unione Sovietica, scegliendo come metodo di periodizzazione la divisione nelle diverse presidenze del Partito che maggiormente ne caratterizzarono il percorso in politica interna ed estera.
Spero che questo piccolo contributo possa fornire un modesto quadro d'insieme da cui si possano affrontare ulteriori e più approfondite letture su un periodo le cui luci ed ombre influenzano ancora il mondo del XXI secolo.
Essendomi interessato ultimamente allo standard OASIS DocBook, una Document Type Definition SGML (dunque anche XML) che permette di scrivere documentazione tecnica in una forma fortemente strutturata, portabile e trasparente, ho deciso di convertire la relazione da HTML puro in XML DocBook.
La relazione difatti è abbastanza corposa da permettermi di sperimentare "sul campo" lo standard DocBook.
Questo faciliterà ulteriori (se mai ve ne saranno!) revisioni del documento, e mi consente di pubblicarlo in differenti formati.
Per scrivere con DocBook esistono differenti tools e documentazione utile. Rimando ai link nella directory del mio sito.
Personalmente trovo l'ambiente GNU/Linux ideale per scrivere con DocBook, a partire dalla disponibilità di xsltproc, un processore XSLT scritto in C della libreria libxslt nata nel progetto GNOME e (a quanto si dice) molto più veloce di tool analoghi scritti in Java.
Molti (tra cui Norman Walsh, autore della collezione docbook-xsl, lo strumento indispensabile) scrivono XML utilizzando Emacs, l'editor “infernale” (come lo definì Linus Torvalds) creato dall'hacker Richard M. Stallman: Emacs è estremamente personalizzabile, e moduli come nXML lo orientano particolarmente alla scrittura di documenti XML. Anche Emacs è uno strumento di punta dei sistemi GNU/Linux.
Cos'altro dire: il conto alla rovescia per il Web Semantico (e per la morte degli editor WYSIWYG) è cominciato da un pezzo (come ci tenevano a far notare gli hacker di LyX). Con un po' di impegno e voglia di imparare, si possono scrivere documenti portabili utilizzando strumenti liberi (con licenze come la GNU GPL) o di pubblico dominio, servendosi di documentazione reperibile in Rete. Perché non farlo?
Sommario
Sommario
La Corea fu tra i primi banchi di prova della Guerra Fredda, senz'altro il più evidente segno della particolare situazione internazionale che si andava concretizzando fin dalla fine della seconda guerra mondiale.
Il crollo dell'impero giapponese aveva causato ad oriente un enorme vuoto di potere, pronto ad essere colmato dalle potenze comuniste: la Corea, infatti, si trovava proprio fra l'incudine del regime nazionalista e corrotto di Syngman Rhee nel Sud ed il martello dell'ambizioso regime comunista di Kim Il Sung, instauratosi al Nord, entrambe però manovrate da USA ed Unione Sovietica, cui era stato affidato rispettivamente il sud ed il nord della penisola.
Per quarant'anni i giapponesi fecero della Corea un proprio protettorato, situazione che cessò nel 1945 con la sconfitta nipponica. La Corea fu allora dichiarata libera in virtù di quanto stabilito nella Conferenza del Cairo del novembre 1943, che imposero come limite delle zone di influenza USA ed URSS il 38° parallelo. Terminata l'alleanza provvisoria contro le forze dell'Asse, le due superpotenze andavano assumendo in quegli anni posizioni sempre più ostili mentre la Cina di Mao costituiva una nuova incognita nei già precari equilibri dello scacchiere orientale. La tensione fra le due zone crebbe al pari dell'influenza russa e americana, sfociando in sempre più frequenti scaramucce sul confine. Il 15 agosto 1948 venne proclamata la Repubblica della Corea del Sud, seguita il 12 settembre da quella del Nord.
Entrambe ambivano a diventare padrone dell'intera penisola ma fu il Nord a prendere per primo l'iniziativa. Il 25 giugno 1950 l'esercito nordcoreano varcava il 38° parallelo marciando su Seul con 80.000 uomini.
La Corea del Sud ricorse immediatamente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (URSS assente), riuscendo ad ottenere la condanna della Corea del Nord come aggressore, ordinandole il cessate il fuoco e disponendo l'invio di un contingente di 180.000 uomini, perlopiù americani, sotto il comando del generale Mac Arthur. Già in agosto la testa di ponte del corpo di spedizione ONU era stata stabilita nel sud della penisola. L'esercito nordcoreano, intanto, continuava con successo l'offensiva nel sud.
I nordcoreani dimostravano prima fase del conflitto un netto vantaggio sui nemici: l'esercito comunista era avanzato in tutta la Corea del Sud, risparmiando solamente la zona di Busan, dove gli alleati avevano stabilito la testa di ponte.
Lo sbarco di Incheon (settembre 1950) da parte delle truppe ONU inaugurò la controffensiva alleata che si preoccupò di tagliare i rifornimenti ed il supporto alle basi logistiche ai nordcoreani per poter continuare l'avanzata verso il confine manciuriano. Mac Arthur si sarebbe fermato solamente sulle rive del fiume Yalu, alo confine con la Cina.
Mao Tse Tung non attese di trovarsi gli americani sull'uscio di casa per mobilitare il suo esercito ed il 27 novembre 1950 i cinesi passavano il confine in supporto della Corea del Nord.
Nel 1951 Seul si trovò nuovamente minacciata dalle forze comuniste, come già era accaduto nella prima avanzata nordcoreana del giugno '50. La situazione allora era però resa ancora più pericolosa dalla presenza cinese. Mac Arthur propose all'allora presidente Truman l'impiego della bomba atomica sui cinesi, senza ottenere nulla oltre al progressivo allontanamento dalla linea più conciliante sostenuta dal presidente. Così nell'aprile 1951 a Mac Arthur succedette il comandante dell'8ª armata americana Matthew Bunker Ridgway. Due mesi più tardi il conflitto si assestò sull'attuale confine in una guerra di posizione che si sarebbe protratta fino al luglio 1953.
I colloqui di pace iniziati il 10 luglio 1951 a Keasong e proseguiti a Panmunjeom raggiunsero nel luglio '53 l'accordo sul confine fra nord e sud del paese, ponendo come linea armistiziale il fronte del 26 maggio 1951 e stabilendo entro lo stesso una zona smilitarizzata. Anche dopo l'armistizio la tensione fra le due Coree rimase alta, senza peraltro assumere i toni del conflitto. Una conferenza internazionale tentò di risolvere definitivamente il problema coreano: apertasi il 25 aprile 1954, si concluse appena il giorno seguente con un nulla di fatto.
Ancora oggi le due Coree si affacciano sullo stesso confine del '53 mentre sensibili segnali di apertura soprattutto da parte del presidente sudcoreano Kim Dae Jung, premio Nobel per la pace, che nel giugno del 2000 ha avviato a Pyongyang uno storico vertice con il collega nordcoreano Kim Jong, profilando in un prossimo futuro l'unificazione della penisola.
Assieme alle testate nucleari russe e americane, in via di ulteriore ridimensionamento, le due Coree rimangono infatti fra gli ultimi simboli della Guerra Fredda.
Sommario
Aprile 1961: il 35° presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, appoggia un piano segreto da 50 milioni di dollari elaborato dalla CIA durante la presidenza Eisenhower. È il primo atto importante in politica estera della nuova Amministrazione democratica, instauratasi tre mesi prima, in seguito alla vittoria elettorale del novembre ‘60.
L'operazione Pluto prevedeva lo sbarco di alcuni fuoriusciti dell’isola di Cuba dove Fidel Castro, un ex avvocato di 35 anni, ha rovesciato il precedente regime militare di Fulgencio Batista.
Dal 1952 al '59, colonnello dell'esercito ed ex presidente cubano (1940-44), Batista impugnò le redini dell'isola soffocando le libertà politiche e lasciando l'economia del Paese in mano agli interessi stranieri, americani in testa, creando le condizioni per la rivoluzione castrista che l'avrebbe spodestato.
Inizialmente ben visto dagli ambienti liberali, il governo di Castro iniziò a preoccupare dopo la massiccia ondata di nazionalizzazioni che coinvolsero banche, società petrolifere, zuccherifici e piantagioni di zucchero, della cui maggioranza gli Stati Uniti erano proprietari tramite le loro multinazionali. I rapporti s’incrinarono ulteriormente quando, in risposta alla politica castrista, gli USA ridussero l’importazione dello zucchero dall’isola: l’URSS colse al volo l’opportunità, e propose a Castro lo scambio di zucchero per petrolio russo, rifiutato dalle raffinerie americane a Cuba, in seguito nazionalizzate.
Dalla riforma agraria fino alle nazionalizzazioni, l'isola dava evidenti segni di avvicinamento alle dottrine marxiste-leniniste ed al regime sovietico, tanto che nel 1961 si dichiarò repubblica democratica socialista. Per gli Stati Uniti era venuto il tempo di reagire.
Alle ore 2.00 ora locale del 17 aprile 1961, uomini-rana addestrati dalla CIA posizionano sulla spiaggia di Playa Giron fanali schermati e luci di posizione: sono solo l'avanguardia di un gruppo di spedizione più massiccio.
Attingendo dalla folta schiera di esuli cubani della Florida che, dalla rivoluzione castrista, cercarono rifugio sulle coste americane, la CIA selezionò ed addestrò 1500 uomini, organizzati in una brigata. La base delle operazioni il Guatemala, paese satellite degli USA.
La brigata è divisa in sei battaglioni, sotto il comando di Josè Perez San Roman e del vice-comandante Ernando Oliva. La formazione dei soldati è varia: contadini, pescatori, studenti, possidenti espropriati, medici ed avvocati fra gli altri, di cui solo 135 vantano una minima preparazione militare antecedente all'operazione.
Il 10 aprile il piccolo esercito si trasferisce a Porto Cabezas, in Nicaragua, dove la dittatura di Luis Somoza concede il pieno appoggio al piano statunitense.
A bordo delle sette imbarcazioni concesse loro, la brigata lascia il 14 aprile il porto, con la benedizione del dittatore nicaraguese, salutante in banchina.
Il piano prevede lo sbarco in tre punti (Playa Giron e Playa Larga, al centro della baia, i più importanti) della Bahia de Cochinos (in it. Baia dei Porci) allo scopo di impiantare delle solide teste di ponte per raggiungere l'Avana, l'obiettivo principale. Gli strateghi ipotizzano un tangibile appoggio popolare all'impresa degli esuli, a causa al malcontento di alcune componenti del Paese alla rivoluzione, grazie al quale sarà possibile l'avanzata verso la capitale e l'insediamento del governo provvisorio. Altro componente indispensabile all'operazione è la sorpresa.
Quando la mattina del 15 aprile il quartier generale dell'esercito cubano e tre aereoporti finiscono sotto il tiro di otto bombardieri che portano i colori dell'aviazione cubana, Castro e il suo staff non cadono nell'inganno. Gli aerei che avrebbe dovuto classificare come disertori si scopriranno, infatti, B-26 americani partiti dal Nicaragua con il compito di fiaccare le difese cubane in vista dello sbarco imminente. Ai funerali delle vittime del bombardamento, sette in tutto, fallito nell'indebolimento dell'esercito cubano che mostra pochi danni alle proprie infrastrutture, Castro denuncia un'imminente "aggressione di mercenari" stranieri.
Insieme all'effetto sorpresa, la spedizione perde la seppur minima speranza di appoggio da parte degli oppositori, incarcerati in massa da Castro ai primi sentori dello sbarco.
La sera del 16 aprile la flotta d'invasione prende contatto con i mezzi da sbarco che la CIA ha fatto arrivare dal porto di Vieques, in Portorico.
Dopo l'operazione degli uomini-rana, la mattina del 17, inizia lo sbarco, mentre già emergono le prime difficoltà. L'esercito cubano in stato d'allerta sorprende la brigata nello sbarco mentre una barriera corallina non segnalata ne ostacola ulteriormente la presa del terreno.
L'aviazione cubana, sette aerei in tutto, scampata in gran parte al bombardamento del 15, affonda poi la Houston ed il Rio Escondido, l'ultima delle quali con a bordo una buona parte delle munizioni e delle armi per l'invasione. Le forze sotto il comando di Ernando Oliva riescono comunque a formare, insieme ad altri gruppi di invasione, alcune teste di ponte sull'isola.
Il 18 aprile l'esercito fedele a Castro contrattacca gli invasori mentre Kennedy rifiuta l'appoggio dell'aviazione statunitense agli invasori, per evitare di compromettere ulteriormente la propria posizione.
Il 19 gli ultimi uomini della brigata di Josè Perez San Roman si disperdono, distruggendo il proprio equipaggiamento pesante: 1214 verranno catturati, imprigionati e sottoposti ad un trionfale processo di fronte alla televisione cubana.
Gli Stati Uniti meditano sul fallimento, Kennedy incassa la sconfitta. La figura di Castro ne uscirà più solida che mai mentre gli ultimi ideali democratici lasceranno spazio all'allineamento definitivo con la politica di Mosca, seppur mantenendo una sempre marcata indipendenza ideologica dal PCUS della via cubana al marxismo-leninismo.
A 200 km dalle coste della Florida, Cuba non finirà di preoccupare il gigante americano, preoccupazioni che sfocieranno quasi in guerra un anno dopo, quando i missili di Cuba rischieranno di trascinare definitivamente il mondo nell'apocalisse atomica.
Sommario
Vent'anni prima dell'inizio dei bombardamenti americani i vietnamiti respinsero vittoriosamente l'esercito giapponese, che durante la seconda guerra mondiale aveva occupato il Paese nell'ambito della campagna d'Indocina, agevolato dal patto di neutralità con l'Unione Sovietica che fino al '45 ne prevenì l'intervento.
Sottratto all'occupazione giapponese, il Vietminh (Fronte di Indipendenza del Vietnam) capeggiato dal comunista Ho Chi-Minh si rifiutò di riconoscere la sovranità francese ed il 2 settembre 1945 proclamò l'indipendenza, inducendo i francesi a rafforzare la propria presenza militare. Un accordo fra le parti portò al riconoscimento dell'indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam, unito alla Francia, che restava però vincolato alla politica estera ed economica francese.
A dispetto degli accordi, la realtà del Vietnam mostrava un paese diviso fra Hanoi, capitale del Nord comunista di Ho Chi-Minh e Saigon, il caposaldo delle forze francesi.
Nel sud l'ex imperatore Bao Dai riassunse la carica perduta in seguito all'appoggio fornito agli invasori giapponesi mentre l'esercito francese, appoggiato dagli USA, incrementò le attività militari fino all'attacco francese al porto di Haiphong, il 19 dicembre 1946, che diede il via alle ostilità.
Il 13 marzo 1954 il generale nordvietnamita Giap costrinse alla resa le truppe francesi asserragliate presso Dien Bien Phu, in una posizione fortificata reputata fino allora inespugnabile, assediandole per diversi giorni.
Il 7 maggio 1954 a Ginevra venne firmato l'armistizio, che ripristinava la precedente divisione del Vietnam lungo il 17° parallelo ed introduceva successivamente una zona smilitarizzata sul confine provvisorio. A sud, intanto, il dittatore Ngo Dinh Diem, appoggiato dagli Stati Uniti, spodestò definitivamente l'imperatore Bao Dai.
I francesi uscirono di scena nel 1955, lasciando il sud sostanzialmente sotto controllo americano, che manteneva sul territorio alcune truppe per controllare le eventuali minacce da nord.
Nonostante le misure rigorosissime prese dal governo di Saigon per debellare il pericolo comunista, nel 1960 nacque il Fronte di Liberazione del Sud Vietnam, che riuniva le opposizioni. L'esercito del Sud intanto riceveva sempre più aiuti dagli americani riuscendo in poco tempo ad organizzare un esercito ben addestrato con equipaggiamenti moderni.
In seguito alla missione in Vietnam del consigliere militare americano Taylor, il presidente Kennedy decise di incrementare la presenza militare americana nel sud, aumentando gli aiuti a Saigon.
I berretti verdi iniziarono così la costruzione di villaggi fortificati lungo il confine cambogiano, allo scopo di bloccare le infiltrazioni dei guerriglieri vietcong dal sentiero che prendeva il nome dal loro capo, Ho Chi-Minh, la principale via di rifornimento delle forze nordvietnamite.
Il 2 novembre 1963 il regime sudvietnamita viene rovesciato da un colpo di Stato e Diem ucciso mentre venti giorni più tardi Kennedy trova la morte a Dallas per mano di uno sconosciuto assassino: il vicepresidente L. B. Johnson assumerà la presidenza statunitense fino alla fine del mandato.
Il 2 agosto 1964 motosiluranti della marina nordvietnamita attaccano il cacciatorpediniere Maddox, che uscirà incolume dall'unico scontro navale della guerra. Cinque giorni più tardi il Congresso americano approva la "Risoluzione per il Golfo del Tonchino", lasciando al presidente carta bianca riguardo ai metodi per respingere gli attacchi sempre più frequenti alle installazioni americane.
In risposta all'escalation nordvietnamita, il 24 febbraio 1965 parte l'operazione "Rolling Thunder", una massiccia campagna di bombardamento contro porti, aeroporti, basi militari e l'unica acciaieria del Nord Vietnam, situata a Thai Nguyen. Gli aerei decollano dal sud del Paese, dalla Thailandia, dall'isola di Guam (Oceano Pacifico) e dalle portaerei della 7ª flotta USA, dislocate nel golfo del Tonchino: gli obiettivi degli aerei sono raggruppati in sei diverse aree operative dal comando strategico.
Due battaglioni di marines americani sbarcano l'8 marzo '65 a Da Nang, nel Vietnam del Sud, a protezione della base aerea mentre a fine anno le forze USA conteranno in Vietnam 200.000 uomini. Intanto al governo di Saigon s'insedia il generale Nguyen Van Thieu (giugno '65), fedelissimo agli USA, che instaurerà un regime dittatoriale sanguinario.
Nonostante la netta superiorità tecnica statunitense, la guerriglia nordvietnamita consegue alcuni importanti successi sul campo: il 6 marzo 1966 nella valle di A-Shau i vietcong ottengono il controllo d'una importante via di accesso al Vietnam del Sud. L'appoggio della popolazione rurale, la conoscenza del territorio e l'incredibile mobilità dei vietcong si rivelarono decisivi nelle sorti del conflitto mentre operazioni americane come "Sea Dragon" cercavano di tagliare i rifornimenti, trasportati anche via mare, verso il Nord: durante quest'operazione due cacciatorpedinieri della 7ª flotta attaccarono il 25 ottobre 1966 alcuni trasporti nemici.
La presenza americana continua intanto a lievitare (400.000 uomini nel dicembre ‘66), anche se solo un decimo dell'organico è impiegato direttamente nei combattimenti a terra (vedi grafico).
L’8 gennaio 1967 americani e sudvietnamiti iniziano l’operazione "Cedar falls", una grande offensiva di forze combinate (aerei, elicotteri, mezzi corazzati) a nord di Saigon. L’obiettivo: togliere dal controllo nordvietnamita la zona del "triangolo di ferro", un caposaldo di fondamentale importanza.
Nel febbraio dello stesso anno nella provincia di Tay Ninh parte "Junction City", la più vasta operazione dall’inizio del conflitto, che intende distruggere il sistema di tunnel sotterranei che costituisce lo scheletro delle basi vietcong sul confine cambogiano. Sul delta del Mekong il 28 febbraio 1967 viene istituita una "forza mobile fluviale" per bloccare le infiltrazioni dei guerriglieri nel fiume, su cui dodici anni più tardi Francis Ford Coppola ambienterà il capolavoro Apocalypse Now, film di condanna sulla guerra americana che dipinge un esercito in preda alla follia collettiva, che non manca di compiere le più orrende barbarie.
Dal 22 gennaio al 7 aprile 1968 la base di combattimento di Khe Sanh, 5.000 uomini, resiste per 77 giorni all’assedio di 15.000 nordvietnamiti, grazie anche ad un ponte aereo che ne garantisce il rifornimento. Nel giugno dello stesso anno gli americani furono però costretti ad evacuare la postazione, posizionata in prossimità del 17° parallelo.
Il 31 gennaio 1968 inizia l’offensiva del Tet, il giorno del capodanno lunare vietnamita.
L’operazione interessa tutto il fronte, includendo alcune importanti postazioni americane e prolungandosi fino alla fine di febbraio. Alle 2.47 del 31 gennaio un commando vietcong approfitta della confusione a Saigon seguente all’offensiva ed irrompe nell’ambasciata statunitense, dal quale cortile colpiscono ripetutamente l’edificio con razzi controcarro. Solo l’intervento di elicotteri e blindati ne consentirà l’eliminazione.
Il 16 marzo 1968 alcune truppe statunitensi uccidono un centinaio di contadini vietnamiti, inclusi donne e bambini, in quello che passerà alla storia come il massacro di My Lai, rivelato dalle autorità solamente un anno più tardi.
Sotto la pressione di un’opinione pubblica sempre più intollerante rispetto alla guerra, Johnson avvia nel maggio del ’68 i negoziati di pace a Parigi, arenatisi però tra l’intransigenza sudvietnamita e la rigidità dei comunisti di Ho Chi-Minh.
Nel novembre dello stesso anno Nixon vince le elezioni, impegnandosi in un graduale ritito delle truppe, che toccheranno la punta massima di 540.000 unità alla fine dell’anno.
Nel febbraio ’69 le forze di Minh attaccano 115 obiettivi strategici mentre Nixon, allo scopo di tagliare i rifornimenti ai guerriglieri, inizia in segreto i bombardamenti in Cambogia. L’8 giugno ’69 Nixon annuncia al presidente Thieu il ritiro di 25.000 soldati americani mentre l’ostilità verso la guerra dilaga negli USA, provocando le imponenti manifestazioni che il 15 novembre 1969 coinvolsero tutto il Paese, Washington in particolare. Tenendo anche conto di questo, la presenza militare si ridurrà di 60.000 unità.
Il 27 marzo 1970 le forze sudvietnamite, appoggiate da elicotteri americani, attaccano le basi vietcong entro il confine cambogiano. Il 29 aprile Nixon rende nota l’operazione ed in seguito alle proteste dell’opinione pubblica, ritira le truppe dal confine con la Cambogia entro il 30 giugno. Le operazioni aeree, invece, proseguono.
Dal 26 al 30 dicembre 1971 riprendono i bombardamenti americani nel Vietnam del Nord, in seguito al rafforzamento del militare nordvietnamita. Oltre al napalm ed agli agenti chimici defolianti di cui si era già fatto largo uso, gli americani impiegarono per la prima volta le bombe a guida laser e sperimentarono nuovi sistemi di disturbo contro i missili antiaerei.
Il 30 marzo 1972 l’esercito regolare del Vietnam del Nord lancia un’offensiva verso sud, mentre salgono a sei le portaerei che dal Golfo del Tonchino lanciano i propri aerei per bombardare Hanoi e Haipong.
Le ultime forze da combattimento terrestri americane lasciano il Vietnam del Sud il 12 agosto 1972, lasciando solamente 43.500 nel paese.
Il 30 dicembre 1972, dopo undici giorni bombardamenti sul Nord, gli USA interrompono completamente gli interventi aerei, decisione in seguito della quale i nordvietnamiti riprendono i colloqui di Parigi. A seguito di questi il 15 gennaio 1973 ottengono la sospensione delle operazioni militari contro ilo Vietnam del Nord grazie ai negoziati fra H. Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale americano e Le Duc Tho, che il 27 gennaio siglano a Parigi il cessate il fuoco, non condiviso dai sudvietnamiti che violeranno ripetutamente.
Il 29 marzo ’73 le ultime truppe USA lasciano il Vietnam mentre il 1° aprile i nordvietnamiti rilasciano da Hanoi gli ultimi prigionieri di guerra statunitensi. Sono gli ultimi atti di una guerra decennale.
Il 4 gennaio 1974 il Sud di Thieu dichiara nuovamente guerra al regime di Ho Chi-Minh: dopo un’iniziale equilibrio il conflitto volge in favore dei nordvietnamiti che il 30 aprile 1975 entrano trionfanti a Saigon. Thieu, l’organico dell’ambasciata e i più stretti alleati sudvietnamiti evacuano la città prima dell’invasione, nell’operazione denominata "Opzione 4". Intanto a Saigon il generale in sostituzione a Thieu annuncia alle truppe comuniste la resa incondizionata del Sud. Ho Chi-Minh realizza finalmente il suo sogno di un Vietnam unito e libero dalla presenza straniera, unito sotto il regime comunista ferreo visto da paesi come la Cina un valido banco di riprova dell’efficienza della guerriglia comunista contro le potenze occidentali.
Sommario
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Il partito comunista russo consisteva, dopo la vittoria rivoluzionaria, in una variegata unione di correnti ideologiche ed uomini che s'erano imposti durante la rivoluzione. Chiamato da Lenin nel 1912 a far parte del Comitato Centrale, Josif Stalin s'impose progressivamente nel Partito fino a presiedere lo stesso Comitato nella veste di Segretario generale.
Era nata la famosa Troika, la triade che diresse da lì in poi la direzione dell'Unione Sovietica, composta oltre da Stalin da Zinov'ev e Kamenev, a quel tempo ancora ostili a Trotzkij. Dei tre Stalin, pur partendo da una carica di minor rilievo, ad avere la meglio. Furono la morte di Lenin (1924) e l'allontanamento di Zinov'ev e Kamenev, schieratisi nel dibattito ideologico sulle posizioni trotzkiste, ad aprire dal 1928 l'era che avrebbe visto in Stalin la personificazione del Partito e dell'Unione Sovietica.
Trotzkij vedeva con preoccupazione la macchina burocratica che si stava edificando in URSS attorno agli apparati del Partito mentre non rinunciava all'idea di esportare quella rivoluzione da cui l'Unione Sovietica era nata. Stalin, scontratosi sul tema già con Lenin, oppose a tali critiche la teoria nel "socialismo in un solo paese", concentrando tutte le risorse al fine di costruire l'industria sovietica e tutelare il regime, senza arrischiarsi in pericolosi interventi verso l'esterno.
Dopo la presa di posizione del Comitato Centrale (1927) a favore della linea sostenuta da Stalin, il suo potere divenne indiscusso mentre le accuse di personalismo mossegli da Lenin vennero avvalorate dalla diffusione di un culto della personalità che si sarebbe diffuso in altri regimi comunisti, come la Cina di Mao e la Corea del Nord.
Forte dell'appoggio di burocrati e dirigenti, il cui potere cresceva con la centralizzazione dell'apparato statale, Stalin soppresse progressivamente qualsiasi forma di dissenso all'interno del Partito, pagato con la deportazione o spesso con la morte che poteva giungere anche lontano da Mosca, come provò Trotzkij raggiunto nel '40 da un sicario in Messico, a dimostrare la fitta rete di repressione costruita da Stalin: l'efficienza di questa macchina repressiva arrivò addirittura a falcidiare praticamente tutta la vecchia guardia bolscevica ed oltre la m età dei comandanti più prestigiosi dell'Armata Rossa. Le "purghe" degli anni Trenta affiancavano una politica economica votata all'industrializzazione forzata costruita con il sangue dei kulaki, i contadini più facoltosi costretti a collettivizzare le proprie terre, avendo come unica alternativa la deportazione nei Gulag mentre più tardi i paesi-satellite dell'Est europeo, confluiti nel COMECON (1949), avrebbero fornito materie prime e prodotti a prezzi stracciati.
L'istituzione del 1947 del Cominform, organismo di coordinamento dei partiti comunisti nell'Est Europa, strinse ulteriormente il controllo politico sovietico sui partiti comunisti imposti in quell'area alla fine della guerra mentre nel 1949 l'occidente si coalizzava nella NATO per fronteggiare le mire dei sovietici.
In quella che stava diventando una disputa sempre più accesa, entrarono da protagoniste le armi di distruzione di massa. Dopo la bomba a fissione, nel 1953 anche l'URSS dopo gli USA aveva sviluppato la bomba termonucleare a fusione (bomba H) capace di sviluppare allora (1952) l'energia equivalente all'esplosione di sette milioni di tonnellate di tritolo (7 Megaton), 350 volte maggiore della bomba sganciata su Hiroshima.
La morte di Stalin, avvenuta nello stesso 1953, aprì una nuova e oscura fase della Guerra Fredda: agli eserciti concentrati sulla Cortina di ferro, di cui la Berlino divisa era il punto più caldo, non era più permesso alcun errore.
Non v'erano più solo gli interessi sovietici ed americani: in gioco era ormai il destino dell'intera umanità.
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Dopo la morte di Stalin si poneva il problema di costruire una nuova leadership che guidasse L’Unione Sovietica attraverso la rinnovata situazione internazionale. Il vuoto che Stalin si era creato attorno e la presenza sia di elementi conservatori che di riformisti, i quali riscuotevano un successo sempre maggiore fra le masse, portò alla fondazione di una "direzione collegiale" formata dagli esponenti dei settori chiave della dirigenza sovietica: vecchi dirigenti bolscevichi come Malenkov, Molotov e L. M. Kaganovic affiancavano militari come Bulganin e politici dell’apparato partitico come Chruščëv.
Quest’ultimo, che dal settembre 1953 ricopriva già la carica di Primo Segretario del PCUS, si distinse nel ruolo di mediazione fra le correnti più conservatrici e quelle che chiedevano una maggiore apertura della società sovietica. Nel febbraio 1955 il maresciallo Bulganin subentrò a Malenkov alla presidenza del Consiglio dei ministri. Oramai, della vecchia direzione collegiale, Bulganin e Chruščëv erano i soli rimasti a detenere il potere in Unione Sovietica.
I due apparivano dividersi i poteri al vertice dell’URSS: insieme intrapresero una serie di viaggi propagandistici all’estero per ridisegnare la politica estera sovietica, estendendo frattanto l’influenza militare ai paesi satellite dell’Est europeo, già di fatto protagonisti delle scelte militari sovietiche. Il 14 maggio del 1955 s’istituì così il Patto di Varsavia che, con l’esclusione dell’Albania, legò tutti i paesi a regime socialista dell’Europa orientale in una lega militare. Tale provvedimento mirava a fronteggiare l’Alleanza Atlantica e forniva supporto militare ed economico agli alleati. Anche i paesi che avevano scelto il non allineamento talvolta, per interessi strategici, beneficiavano degli aiuti forniti dai sovietici. Era questo il caso dell’Egitto di Nasser.
Repubblica dal 1952, liberato dalla colonizzazione inglese che lo legava al Sudan nei possedimenti del Nord Africa, l'Egitto assunse un ruolo chiave in Medio Oriente.
La politica estera di Nasser, ufficialmente schierata sul non allineamento, appariva agli occhi degli occidentali troppo legata ai sovietici, i quali assicuravano agli egiziani prestiti per lo sviluppo industriale ed aiuti militari, a quel tempo impiegati nella guerra contro Israele. Il caso egiziano scoppiò quando i Paesi occidentali negarono a Nasser i fondi per la costruzione della diga di Assuan, un'opera colossale che avrebbe avuto il compito di regolare le piene del Nilo. Il 26 luglio 1956 questi decise, per rappresaglia e per riscuoterne i profitti, la nazionalizzazione della Compagnia Internazionale del canale Suez, proprietà di capitali internazionali, scatenando la reazione europea.
Francia e Gran Bretagna, precluse dal rifornimento di greggio proveniente dal canale, decisero l'intervento. Il 5 novembre 1956 i paracadutisti anglo-francesi giunsero a Porto Said, sullo sbocco del canale, preoccupando gli alleati europei ed americani che temevano l'intervento diretto dell'Unione Sovietica, che il giorno dello sbarco lanciò un ultimatum agli aggressori. Fu un momento critico per entrambi i blocchi: diciassette giorni dopo, i soldati anglo-francesi decisero, sotto la pressione degli alleati, di ritirarsi. Il 23 dicembre fu evacuata la città di Porto Said, che passò sotto il controllo dei reparti di polizia internazionale dell'ONU.
Non solo a Suez si erano manifestate tensioni fra i due blocchi: la nuova politica della "coesistenza competitiva" voluta da Chruščëv richiedeva una situazione internazionale meno incandescente. Chruščëv favorì così la conclusione della Guerra di Corea e rinunciò alle rivendicazioni in Turchia (maggio '53) appartenenti oramai ad una politica obsoleta, inadatta al pericoloso confronto fra due superpotenze atomiche.
Dopo la firma del trattato di pace con l'Austria, Bulganin e Chruščëv chiudevano definitivamente l'isolamento di Tito voluto da Stalin, visitando nel maggio '55 Belgrado. Dopo il patto di Mosca del luglio '63, che prevedeva la sospensione temporanea degli esperimenti nucleari russi e americani, l'adozione di una politica più conciliante sul problema di Berlino, divisa nell'agosto 1961 dalle autorità della RDT dalla costruzione del Muro, ma soprattutto il ritiro delle testate nucleari dall'isola di Cuba (vedi Crisi dei missili) , apparve chiara la politica distensiva di Chruščëv.
La rottura nel dicembre 1961 delle relazioni diplomatiche con l'Albania comunista, giudicata nel XXII Congresso del PCUS avversa ai principi del marxismo-leninismo e la presa di posizione in suo favore da parte della Repubblica Popolare Cinese ruppe definitivamente i legami fra russi e cinesi: la Cina, che già da tempo rivendicava la leadership nei paesi socialisti, iniziò una politica di chiusura diplomatica che si sarebbe protratta per anni mentre Mosca revocò al vecchio alleato (1960) tutti gli aiuti economici, militari e scientifico-tecnici fornitegli dal '54.
Non solo all'estero i vecchi alleati mutavano ruolo: nel giugno 1957 il gruppo "antipartito" di Molotov, Kaganovic, e Sepilov tentarono, con l'appoggio di alti dirigenti del PCUS, la destituzione di Chruščëv.
Il disegno fallì, e Chruščëv relegò gli sconfitti a cariche minori. Dopo la destituzione dalla presidenza del consiglio di Bulganin nel marzo '58, Chruščëv assunse anche la sua carica arrivando all'apice del proprio potere.
Tra le cause del tentativo di destituzione vi erano le scelte di politica interna. Dopo la rivolta del '53 nella Germania orientale s'era imposto un cambio di rotta nei rapporti con l'Est Europa, che portò all'istituzione del già citato Patto di Varsavia e ad una relativa autonomia politica ed economica dei paesi satellite, sempre e comunque subordinati all'autorità sovietica. La repressione delle rivolte anticomuniste polacche (giugno '56) e ungheresi (novembre '56) ne fu la riprova.
In campo economico la direzione collegiale si era già data una politica economica più orientata verso i consumi individuali e meno legata all'industria bellica: Chruščëv vedeva nello sviluppo industriale e nella concorrenza diretta dell'economia sovietica con quella occidentale i punti chiave della "coesistenza competitiva", misure necessarie per affrontare una situazione economica sempre più precaria. A fianco dei grandi risultati in campo spaziale, culminati con il lancio dello Sputnik, primo satellite artificiale, nel 1957 e la messa in orbita della prima capsula spaziale con a bordo un essere umano (Yuri Gagarin, 1961), si ergeva una economia per molti aspetti carente, anche rispetto ai consumi interni, dimostrando l'inefficienza della centralizzazione della società sovietica. S'intervenne quindi a sopprimere numerosi ministeri centrali, avviando il decentramento industriale con la divisione in 105 sovnarchoz (maggio '57), poi raggruppate in più ampie "regioni industriali" (17 nel 1960), mentre si formularono caute riforme. In agricoltura tali riforme avvantaggiarono soprattutto i contadini mentre si diede inizio ad operazioni talvolta colossali come il dissodamento delle terre vergini (Kazakistan e regioni limitrofe), rivelatasi però fallimentare. Ma l'atto che contraddistinse più di tutti il suo governo fu la rivisitazione del periodo staliniano, del leader fino a quel momento idolatrato anche dai comunisti occidentali.
Gli effetti della repressione stalinista erano sotto gli occhi di tutti i dirigenti sovietici e della popolazione che ne aveva subito gli effetti: ciononostante il culto della personalità di cui era stato oggetto gli sopravvisse, e la sua figura era ancora glorificata. Nel corso del XX Congresso del PCUS (14-25 febbraio 1956), Chruščëv tolse definitivamente a Stalin quell’alone mistico sotto cui aveva condotto una politica di personalismo e terrore, denunciandone i crimini in un celebre rapporto segreto, che affiancò quello pubblico. In quest’ultimo si definì lo status paritario dei paesi del blocco orientale, fu riabilitata la Iugoslavia di Tito e legittimata la scelta democratica dei partiti comunisti occidentali come il PCI ed il PCF. Il rapporto segreto, pur non mettendo in discussione le scelte fondamentali di Stalin, diede inizio a quel processo di “destalinizzazione” della società sovietica: in tutta l’URSS si ribattezzarono le città che portavano il suo nome e di molte se ne rivisitò la toponomastica mentre si riabilitavano le vittime delle epurazioni. A Mosca, intanto, il corpo di Stalin veniva tolto per sempre dal mausoleo di Lenin ed il suo nome cancellato dall’edificio. L’ultimo, simbolico legame fra Stalin ed il popolo che aveva governato con pugno di ferro si dissolse così definitivamente. Il fantasma dell’ex leader lasciò il posto al nuovo corso di Chruščëv in una situazione radicalmente mutata rispetto ai primi anni del secondo dopoguerra.
Le riforme interne e soprattutto la scelta di coesistere pacificamente con la "tigre di carta" statunitense avevano fruttato a Chruščëv una folta schiera di nemici, non esauritasi con la vittoria sul gruppo antipartito del ’57, ed oramai non era solo più la Cina a reputare troppo liberali le sue politiche. Le riforme economiche intraprese dal suo governo, la più significativa delle quali nel novembre ’62, non sembravano risanare una situazione economica sempre più critica, ed il settore primario ne fu il più colpito, obbligando più tardi l’URSS a ricorrere all’importazione di cereali per sopperire ai magri raccolti.
Tale congiuntura si rivelò fatale alla carriera di Chruščëv: il 14 ottobre 1964, in seguito alla decisione del Politburo, fu costretto a firmare le dimissioni.
Le altre potenze mondiali accolsero con sorpresa l’evento: l’energico e disinvolto leader sovietico, artefice della distensione con Eisenhower prima e con J. F. Kennedy dopo, aveva lasciato la dirigenza ufficialmente per motivi di salute, ma in pochi cedettero alla versione ufficiale, abituati alle manovre della burocrazia sovietica.
Una nuova direzione collegiale, in cui gli elementi più conservatori erano predominanti, assunse la guida dell’Unione Sovietica.
Breznev e Kossigin, rispettivamente presidente della segreteria del Partito e del Consiglio, ne formavano la direzione assieme a Podgornyj, nel ’65 subentrato a Mikojan alla presidenza del Soviet Supremo. Anche in questo caso, da questa sorta di triumvirato, sarebbe emerso un nuovo uomo forte, che avrebbe subordinato i contendenti.
Questi era Leonid Breznev, che impose all’URSS una forte rivisitazione della politica di Chruščëv.
Sommario
Leonid Brežnev, Aleksej Kosygin e Nikolaj Podgornyj costituirono la nuova direzione collegiale che subentrò a Krusciov, costretto alle dimissioni il 15 ottobre 1964. I tre si dividevano i maggiori poteri dell'Unione Sovietica: Kosygin nella veste di presidente del consiglio, Podgornyj come presidente del Soviet Supremo, succeduto nel '65 a Mikojan, e Brežnev come segretario generale del PCUS. Come Krusciov prima di lui, Brežnev seppe debitamente avvantaggiarsi della propria carica, diventando la figura chiave dell'Unione Sovietica.
Nonostante le critiche mosse a Krusciov a proposito, le riforme economiche da lui attuate non vennero ridimensionate. La crisi agricola ed industriale che segnava il Paese portò invece a vararne delle altre, sulla base delle proposte degli economisti Liberman e Trapeznikov, che orientavano il Piano economico verso i consumi individuali e dotavano di maggiore autonomia i dirigenti d'azienda.
Nel piano quinquennale del 1966-1970 aumentò così la produzione delle attrezzature agricole mentre il piano del 1971-1975 privilegiò la produzione di beni di consumo. Malgrado tali provvedimenti, la crisi economica non accennò a diminuire, costringendo l'Unione Sovietica a ricorrere all'importazione di tecnologia occidentale e a stringere, attraverso il COMECON, legami economici con la CEE.
L'economia pianificata sovietica iniziava a mostrare le proprie gravi mancanze soprattutto nelle nuove tecnologie. Ancorata ancora all'industria pesante ed alla produzione bellica, verso cui nel '74 orientò nuovamente il piano economico, trovava in una politica estera aggressiva e di espansione l'unico modo per competere con le potenze capitaliste.
Dal 1964 l'Unione Sovietica si schierò a fianco dei paesi arabi, contrapposti agli israeliani, fornendo supporto diplomatico, economico e militare nella guerra arabo-israeliana (guerra dei sei giorni, 5-11 giugno 1967), segnata però dalla netta superiorità militare israeliana, continuando a fornire aiuti anche nella guerra dello Yom Kippur (invasione egiziana del 6 ottobre '63, poi respinta vittoriosamente dagli israeliani).
L'URSS tentò peraltro di arginare l'estensione del conflitto, e successivamente promosse l'avvio di una conferenza di pace in Medio Oriente (1981).
I contrasti all'interno del blocco socialista non accennavano intanto a placarsi. Già dal 1964 il rapporto Suslov stilato dai sovietici denunciò la Cina per "posizioni non leniniste" e l'accusò di spaccare il fronte dei Paesi comunisti, mentre il partito comunista cinese criticava il revisionismo sovietico nelle scelte di politica interna ed estera. I rapporti commerciali russo-cinesi furono i primi a risentirne, riducendo il volume degli scambi ad un quinto rispetto ai valori del 1960 (dal 15% al 3% delle importazioni sovietiche dalla Cina).
Il malanimo fra i due Paesi crebbe dal 1966, assumendo risvolti tragici nel 1969, dove le scaramucce di frontiera sfociarono in veri e propri scontri armati sul fiume Ussuri (confine fra Kazakistan ed il Sinkinag) e sul fiume Amur. Solo l'incontro di Pechino fra Kosygin e Chou En-lai dell'11 settembre 1969 ed il successivo accordo per l'apertura dei negoziati sulle questioni di frontiera (7 ottobre 1969) evitò il dilagare di un conflitto che avrebbe potuto travolgere il fronte comunista.
Nel dicembre 1972 sarebbero però poi nati ulteriori scontri sul confine del Kazakistan e Brežnev, sottolineando il rapporto sempre teso con Pechino, avrebbe respinto il patto di non aggressione proposto dai cinesi, che richiedeva il parziale ritiro delle truppe sulla frontiera.
Fu però nel 1979 che URSS e Cina si trovarono ad un passo dalla guerra totale. Già dalla fine del '78 il governo cinese finanziava il regime di Polpot, in Cambogia, contro il quale si erano schierati i comunisti vietnamiti, finanziati dai sovietici e legati a loro da un trattato di mutua assistenza. La Cina attaccò il Vietnam il febbraio dell'anno seguente, e L'Unione Sovietica decise di non entrare in guerra con il sempre più scomodo vicino.
Fu sul fronte interno che Brežnev si distinse chiaramente dal suo predecessore.
Accentrando sempre più i poteri dell'Unione Sovietica nelle sue mani, rafforzando all'inizio degli anni Settanta la sua posizione nel Politburo, arrivò nel maggio 1977 a scalzare Podgornyj ed assumerne la carica, presiedendo il Soviet Supremo. La sua linea politica si rivolse aspramente contro il dissenso, e nonostante il fisico Sacharov, padre della bomba H sovietica, poté fondare il Comitato per la difesa dei diritti dell'uomo fu perseguitato insieme allo scrittore Solzenitzyn (autore del celebre libro-denuncia Arcipelago Gulag e premio Nobel nel '74), di cui pubblicamente prese le difese, per le critiche al regime ed alla persecuzione degli intellettuali.
Accanto alla persecuzione interna, Brežnev, che pure tollerava l'autonomismo rumeno, accompagnò una dura repressione contro le tendenze riformiste della Cecoslovacchia di Dubček. Nell'agosto 1968 un'ondata d'indignazione, che non risparmiò neppure i partiti comunisti occidentali, si levò contro l'intervento militare sovietico per reprimere il "nuovo corso" del comunismo cecoslovacco, passato alla storia come Primavera di Praga.
Nella primavera 1968 Alexander Dubček, che in gennaio era succeduto a Novotný a capo della segreteria del Partito Comunista cecoslovacco, avviò una politica di liberalizzazione della vita del Paese, che per anni era stato governato da un regime di ferro. L'intenzione di Dubček era anche quella di rendere più indipendente il proprio Paese da Mosca, che lo tratteneva nella propria area d'influenza. La nuova concezione di un socialismo democratico, dal volto umano, che stava nascendo in Cecoslovacchia rischiava di incrinare la struttura assoluta e monolitica che legava il Partito sovietico ai Paesi socialisti a lui sottomessi. Per tutta risposta, il Patto di Varsavia mobilitò le proprie truppe, che nel'agosto del 1968 stroncarono la Primavera di Praga, dimostrando l'impossibilità di cambiamento nei paesi socialisti.
Gli ultimi anni dell'era di Brežnev furono caratterizzati da un ulteriore peggioramento dei rapporti internazionali e da un immobilismo cronico su tutte le problematiche che avrebbero in seguito causato il crollo dell'Unione Sovietica, prime fra tutte la disastrosa politica economica e la corruzione dilagante.
Intanto l'Unione Sovietica proseguiva nella propria politica espansionista. Governato fino al 1973 da una monarchia, l'Afghānistān divenne formalmente repubblica presidenziale dopo la detronizzazione, avvenuta il 17 luglio, di Zahir Shah, l'ultimo re afgano, deposto da suo cugino e cognato Sardar Muhammad Da‘ud.
Il governo del generale Da‘ud, che sostanzialmente lasciava invariato il potere della famiglia reale e impediva una vita democratica, provocò movimenti antagonisti che riscossero sempre più successo, diffondendosi negli ambienti intellettuali e nelle campagne. Sotto l'influenza sovietica si svilupparono due partiti comunisti, il Khalq ed il Parcham, che confluirono successivamente nel PDPA guidato da N. M. Taraki, il partito comunista afgano, a seguito del golpe militare (1978) che portò alla morte di Da‘ud e della sua politica filo-iraniana, alla quale subentrò quella filo-sovietica della neonata Repubblica Democratica dell'Afghānistān. I metodi polizieschi della cosiddetta repubblica democratica e le forti resistenze del clero islamico al governo comunista provocarono un vasto dissenso all'interno del Paese, già lacerato da antiche divisioni etniche, alla quale il governo comunista voleva porre rimedio con quel tipo di opprimente centralizzazione che conoscevano tutti i Paesi del blocco socialista. Nacque così una forte guerriglia anti-governativa. Ritenendo la situazione precaria, Mosca decise di sostituire a modo suo Amin, già primo ministro divenuto presidente dopo il rovesciamento e l'uccisione di Taraki.
Amin fu così ucciso insieme alla sua famiglia (dicembre 1979) ed il suo posto fu preso da Karmal, mentre l'Armata Rossa aveva ormai raggiunto Kabul e stava disarmando l'esercito afgano, mentre l'opinione pubblica mondiale guardava con ostilità quel nuovo capitolo dell'espansionismo sovietico. L'intervento sovietico avrebbe solamente aggravato la situazione. La resistenza armata trovò modo di superare (temporaneamente) parecchie divergenze, formando un fronte compatto contro il nemico e trovando in Iran e Pakistan vasti appoggi per la lotta su base islamica, che si dimostrò fatale alla colossale macchina bellica sovietica.
L'ultima prova di forza di Brežnev, si sarebbe tradotta infatti in una sorta di Vietnam sovietico, una lotta che non avrebbe fatto altro che sottrarre preziose risorse all'URSS. Solo vent'anni più tardi, nel febbraio del 1989, l'ultimo contingente sovietico avrebbe lasciato finalmente l'Afghānistān. Vent'anni che sarebbero bastati a trasformare il decadente impero sovietico nell'ombra di se stesso.
Sommario
J. V. Andropov succedette a Breznev alla sua morte, avvenuta nel 1982. Cautamente riformista, fu artefice di una politica di "svecchiamento" dell'organico del Partito, lasciando due anni più tardi la carica a K. U. Cerenko, succedutogli alla sua morte.
Cerenko, di rigida scuola brezneviana, perseverò negli errori di Brežnev, palesando un immobilismo cronico ed una corruzione radicata negli apparati statali.
In questo clima, nelle file del PCUS si stava facendo strada Michail Gorbačëv. Entrato quarantenne nel Comitato Centrale, nel 1978 era egiunto alla segreteria del Partito come responsabile dell'agricoltura, scalando la gerarchia del PCUS fino a diventare membro dell'Ufficio politico, da dove avrebbe guadagnato sempre più prestigio.
Eletto segretario generale del PCUS alla morte di Cerenko (1985), Gorbačëv iniziò a farsi nemici nei comparti più conservatori della dirigenza sovietica.
Gli errori dei governi passati gli avevano lasciato in eredità un Paese sull'orlo della crisi più totale, causata da motivi di ordine economico e sociale.
Per porvi rimedio, Gorbačëv avviò dalla primavera del 1986 un vasto e radicale programma di ristrutturazione, giunto alle orecchie delle occidentali sotto forma di due parole russe, perestrojka e glasnost, che presentavano il processo di ristrutturazione economica e sociale e l'introduzione di criteri di trasparenza istituzionale con le quali Gorbačëv voleva orientare in senso più democratico l'apparato di governo sovietico.
Queste scelte costarono a Gorbačëv una crescente opposizione dei comunisti più conservatori, che ne criticavano apertamente le scelte liberiste.
La libertà di associazione e di stampa venne finalmente riconosciuta (12 giugno 1990), seppur con alcune riserve, mentre gli ultimi strascichi della repressione staliniana furono delegittimati dalla riabilitazione ufficiale delle vittime del Terrore.
Le aperture di Gorbačëv non intenedevano comunque intaccare il carattere socialista dell'Unione Sovietica, e la democrazia vera e propria non era nei suoi obiettivi, poiché egli vedeva proprio nel risanamento del sistema sovietico l'unica sua speranza di salvezza.
La nuova Unione Sovietica iniziava ad essere vista con meno avversione dalle potenze occidentali, che vedevano l'URSS ritirare poco alla volta i tentacoli che stringevano l'Est europeo e si insinuavano nei punti caldi del mondo. A partire dal 1986 la presenza sovietica in Afghānistān sarebbe stata progressivamente ridimensionata, fino a cessare con il ritiro ordinato nel 1989. Nello stesso momento furono smobilitate le truppe nel Corno d'Africa e Ungheria, Cecoslovacchia e Germania dell'Est videro andare via l'esercito che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale rappresentava il simbolo della loro subordinazione a Mosca.
Questa nuova linea politica gli consentì di approfondire i legami con la CEE, con la quale Shevardnadze sottoscrisse il 18 dicembre '89 un accordo di cooperazione economica e commerciale, portando inoltre allo storico incontro con Giovanni Paolo II (dicembre 1989) che condusse nel settembre del 1990 alla concessione della libertà di culto in Unione Sovietica.
Il mese successivo, all'apice del proprio prestigio internazionale, Gorbačëv ricevette il premio Nobel per la Pace. In questo senso, gli accordi con la Cina e gli storici incontri con il presidente americano Reagan ed il suo successore Bush sul disarmo, nel quale si distinse l'allora ministro degli Esteri Shevardnadze, prospettavano un clima più distensivo fra Stati Uniti ed URSS, suggellati dalla riduzione degli arsenali nucleari e chimici.
Il governo di Gorbačëv rivoluzionò il sistema politico sovietico: le liste elettorali furono aperte anche a candidati estranei al PCUS, eliminandone il monopolio ma non la supremazia, ed alla fine degli anni Ottanta venne istituito il Congresso dei deputati del popolo, eletto per 2/3 a suffragio universale diretto, il quale avrebbe designato i membri del Soviet Supremo ed il suo presidente.
In ambito economico, venne approvata la liberalizzazione del piccolo commercio, mentre le stesse industrie statali iniziarono a legare la produzione alla retribuzione degli operai, inserendo alcuni criteri "capitalisti" nella gestione aziendale.
Le riforme di Gorbačëv, ormai necessarie, giunserò però tardive, almeno nella prospettiva di salvare il sistema sovietico. L'Unione Sovietica, in decenni di malgoverno, aveva accumulato tensioni tali da provocarne lo smembramento, e furono paradossalmente le iniziative di Gorbačëv ad accelerarlo.
Le resistenze dei conservatori erano un sufficiente motivo per far temere a Gorbačëv un rovesciamento, ma non era l'unico.
La corrente radicale del PCUS, guidata da Boris Eltsin, stava guadagnando sempre più consensi mentre le diverse etnie e nazionalità unite forzatamente nell'Unione iniziarono a reclamare con forza l'indipendenza.
Dopo il crollo del muro di Berlino (1989) Lituania e Lettonia arrivarono a proclamare l'indipendenza l'11 ed il 4 maggio 1990, e Gorbačëv, che dapprima tentò di ostacolare il governo lituano tagliando i rifornimenti di petrolio e gas naturale (17 aprile 1990), ordinò l'intervento dell'esercito (gennaio 1991). Tra le sue mani aveva però un Paese che si stava velocemente frantumando. Giunse così alla decisione di riformare l'URSS rendendola uno Stato presidenziale, ottenendo l'approvazione del Soviet supremo nel febbraio del '90 ed assumendone lui stesso la presidenza il 15 marzo.
Nel corso del 28° Congresso del PCUS Gorbačëv fu rieletto segretario generale, con l'opposizione dei conservatori, vedendo contemporaneamente crearsi una nuova formazione politica. La corrente radicale di Eltsin, già esonerato dalla presidenza della segreteria di Mosca nel 1987 e poi espulso dal Politburo per opera dei conservatori, diventò partito, e la sua uscita dal PCUS prima e la presidenza della Repubblica Russa dopo ne avrebbero fatto l'avversario numero uno di Gorbačëv.
Il 25 luglio 1991 Gorbačëv tentò il tutto per tutto: al plenum del PCUS, propose di cambiar nome al partito e di abbandonare l'orientamento marxista-leninista, scatenando la reazione, questa volta molto più concreta, dei conservatori.
Il 19 agosto 1991 una congiura di ministri, militari, reazionari del Partito, esponenti del KGB e dell'Armata Rossa, con l'appoggio del Soviet supremo, destituì Gorbačëv. Era colpo di Stato. I golpisti misero in stato di arresto Gorbačëv nella sua villa in Crimea, mentre il vicepresidente Janacev assumeva la guida dell'Unione Sovietica. Elstin, dopo l'uscita dal PCUS aveva ferocemente attaccato Gorbačëv ed il suo entourage ma con cui aveva, nell'aprile 1991, sottoscritto il Trattato dell'Unione, guidò il movimento di resistenza ai golpisti. Decine di migliaia di persone, i sindaci di Mosca e Leningrado e gli esponenti delle repubbliche baltiche scesero in piazza. L'ultimo colpo di coda del vecchio establishment conservatore non riuscì nel suo intento, il golpe fallì. Gorbačëv venne rilasciato subito dopo e reintegrato nel suo incarico, ma oramai era Boris Eltsin, soprannominato "il kamikaze della perestrojka", ad attrarre i consensi, e la figura di Gorbačëv andò sbiadendosi.
Il crollo del muro di Berlino fu un sintomo ben antecedente alla dissoluzione dell'Unione Sovietica. Il punto più caldo della cortina di ferro aveva subito per primo le pressioni che avrebbero distrutto il sistema sovietico, tensioni unite al forte senso nazionale tedesco che ricercava l'unità del proprio Paese. Erich Honecker, presidente del Consiglio di Stato della RDT, iniziò dagli anni Ottanta a prospettare un futuro di collaborazione fra Est ed Ovest del Paese, quando ad Ovest già si parlava da tempo di una Germania riunita. La decisione di Gorbačëv di ritirare le truppe sovietiche dalla Germania dell'Est ed il comportamento meno intransigente assunto verso il nuovo orientamento di alcuni Paesi dell'Est lasciarono ad Honecker ed ai gerarchi della RDT un senso di abbandono. Senza il supporto militare sovietico, che il 16 maggio '90 fu comunque ripristinato, il regime della RDT avrebbe avuto i giorni contati.
Gorbačëv, in visita a Bonn nel giugno 1989, avvallò una futura riunificazione della Germania, mentre l'Ovest già si muoveva diplomaticamente per realizzarla concretamente, sebbene questo avrebbe significato accollarsi una regione economicamente più debole. La migrazione dei tedeschi (autorizzata solo in parte dalle autorità della Germania dell'Est) della RDT verso l'Ungheria e gli altri paesi dell'Est toccò nell'agosto '89 punte record, raggiungendo le 20959 persone in quel solo mese, alle quali andavano aggiunte le 55970 dei sette mesi precedenti. Le manifestazioni spontanee crebbero all'interno della Repubblica Democratica di Honecker, sotto le cui pressioni dovette rassegnare le dimissioni dalla presidenza della SED, il Partito Comunista della RDT. Sotto la pressione popolare, molti leader del regime furono costretti a lasciare i propri incarichi, compreso il Capo del Governo Willy Stoph, sostituito dal riformista Hans Modrow il 7 novembre '89.
Due giorni dopo, la data storica. Il 9 novembre 1989 le autorità autorizzano l'apertura del muro di Berlino. Nella Berlino finalmente riunita, esplode il giubilo popolare. Due milioni di cittadini di Berlino Est migreranno in soli due giorni (11-12 novembre 1989) verso l'Ovest della città. L'abolizione delle formalità di frontiera fra Est ed Ovest (24 dicembre) e l'unificazione economica e finanziaria fra le due germanie (18 maggio '90), spianano la strada all'unione politica, fra cui i massimi fautori fu Helmut Kohl, avvenuta il 3 ottobre 1990 con il consenso dei vincitori della seconda guerra mondiale che ne avevano sancito la divisione (Francia, Inghilterra, Stati Uniti, URSS).
Quello che si temeva come un crollo dalle conseguenze immani, una sorta di guerra civile a tutto campo, non si realizzò fortunatamente mai. La Stato fondato dalla Rivoluzione d'Ottobre, uno dei principali protagonisti della storia moderna, nel giro di qualche mese si sarebbe dissolto come neve al sole. Gorbačëv, dimessosi dalla carica di segretario del PCUS perdette il suo ascendente sui russi: accusato di essere il responsabile del crollo dell'impero sovietico, dovette ritirarsi a vita privata.
Ucraina, Moldavia e Bielorussia si proclamarono indipendenti e dal dicembre 1991 la neonata C.S.I. (Comunità degli Stati Indipendenti) tenne per poco tempo uniti i frammenti di quello che era un tempo l'Unione Sovietica, divisa ora fra le sue nazionalità.
Il 25 dicembre Gorbačëv fu costretto a lasciare la presidenza, mentre anche la Federazione Russa di Eltsin proclamò l'indipendenza.
La spinta popolare aveva scatenato, all'interno del monolitico sistema sovietico, un'incontrollabile reazione a catena. Il crollo del muro di Berlino divenne il simbolo della sconfitta sovietica, e rappresentò l'inizio di un nuovo futuro europeo.
Nella guerra decennale fra Stati Uniti ed URSS, due mondi e due sistemi contrapposti, non vi fu una potenza che schiacciò l'altra e ne provocò la sconfitta: sebbene la democrazia liberale si dimostrò vincente in ambito economico e sul piano dell'efficienza, non fu il suo intervento a causare il fallimento del sistema antagonista.
La classe operaia su cui la Rivoluzione avrebbe dovuto basare il proprio governo ed avere i propri consensi era stata ripetutamente tradita. Esempio eclatante fu la nascita nel 1980 di Solidarnošč, il sindacato indipendente polacco guidato da Lech Walesa, operaio nei cantieri navali di Danzica, preceduto nel 1976 dalla nascita del KOR, il "comitato di difesa degli operai", indipendente in patria dal PCUS.
Lo stato di polizia instaurato in Unione Sovietica aveva compromesso e annientato per decenni il dissenso popolare e intellettuale, fomentando un odio profondo nei suoi cittadini, costretti ad una vita di miseria da un sistema economico che garantiva appena la sopravvivenza.
Quello che negli anni Cinquanta - Sessanta poteva apparire come un sistema vincente, il governo del futuro, che affidava le proprie basi teoriche sull'analisi di economia e società, fu sconfitto proprio dalle stesse forze su cui si voleva costruire, incapace di adattarsi ad un mondo che mutava rapidamente e ad una economia che aveva superato di molto la vecchia industria pesante, basata sul petrolio, carbone e acciaio.
Con le seguenti parole François Furet, autore del saggio Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo, esprime la fine del regime sovietico: “Il comunismo non ha mai concepito altro tribunale che la storia, e si ritrova adesso condannato dalla storia a una completa scomparsa.”
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La fine della guerra mondiale aveva portato una nuova arma. La bomba atomica. L'intrinseca potenza contenuta nei nuclei degli atomi era stata liberata per la prima volta distruttivamente alle 5.30 del 16 luglio 1945 a nord di Alamogordo, una località poco distante dalla cittadina di Los Alamos, allestita dall'esercito in pieno deserto, in cui gli scienziati del Progetto Manhattan avevano realizzato l'ordigno.
La direzione del progetto era stata affidata al fisico statunitense Julius Robert Oppenheimer a seguito della proposta, sottoscritta da Einstein, dei fisici Enrico Fermi e Leo Szilard, che chiedevano al presidente americano Roosevelt finanziamenti per lo studio dell'energia atomica. Esposta il 2 agosto 1939 al presidente, fu solo dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbour (7 dicembre 1941) e la successiva entrata in guerra degli Stati Uniti contro il Giappone e le potenze dell'Asse che la proposta fu presa sul serio. Così dopo una febbrile attività nei laboratori di Los Alamos, il 16 luglio del 1945 il primo ordigno atomico, posto su un traliccio d'acciaio alto 30 metri nel Trinity Test Site, liberò il primo fuoco atomico della storia dell'uomo.
Gli scienziati che lavorarono al progetto ed assistettero all'esplosione, pur aspettandosi un'incredibile potenza dalla loro creazione, rimasero sconcertati, mentre i generali americani, anch'essi sorpresi dalle potenzialità della nuova arma, si sfregarono le mani. Il generale Groves, parlando della bomba al parigrado Farell arrivò ad affermare: «La guerra è finita. Uno o due di questi affari, e il Giappone è sbrigato». Il 6 agosto 1945 la bomba all'uranio "Little Boy" rade al suolo la città di Hiroshima, il 9 "Fat Man", costruita con plutonio sul modello di quella di Alamogordo e innescata da esplosivi chimici, distrugge Nagasaki.
Le fasi precedenti allo stesso test di Alamogordo, che precedeva il lancio delle bombe sul Giappone già deciso da Truman, avevano già visto formarsi un fronte di ricercatori, guidati da Leo Szilard, contrari all'impiego bellico dell'atomica: per sensibilizzare il presidente, sottoscrissero una petizione, che però venne anticipata dalla decisione di un comitato politico-militare di cui facevano parte quattro dei maggiori scienziati del progetto Manhattan, compresi Fermi ed Oppenheimer.
Dopo l'utilizzo su Hiroshima e Nagasaki, che in totale causarono circa 200.000 vittime, anche Fermi ed Oppenheimer furono tormentati dai rimorsi. Il primo, che pur aveva ritenuto necessaria la bomba per evitare ulteriori vittime, rifiutò inizialmente a collaborare al progetto per la nuova bomba all'idrogeno che il fisico Edward Teller aveva iniziato a studiare, mentre Oppenheimer rifiutò anch'egli la collaborazione al progetto.
Quest'ultimo divenne però vittima di accuse diffamatorie che lo costrinsero a lasciare nel 1954 la presidenza della commissione consultiva sull'energia atomica. Lo si accusava nello specifico di simpatizzare per il Partito Comunista, in un periodo di diffuso maccartismo, di aver ostacolato i progetti a cui aveva collaborato e di passare importanti informazioni alle potenze straniere. Seppur assolto, Oppenheimer, che trascorse gli anni seguenti quasi in ritiro, fu riabilitato soltanto nel 1963, quando fu insignito del premio Fermi.
Commentando il lancio delle bombe nucleari sul Giappone, tempo prima, lo scienziato aveva commentato: "I fisici hanno conosciuto il peccato e questa conoscenza non potranno perderla". Mentre Oppenheimer diventava il simbolo dello scienziato tormentato dalle nuove responsabilità della scienza, un altro concretizzava le paure americane su possibili fughe di notizie da parte dei ricercatori.
Nel gennaio 1950 vi fu un arresto clamoroso. Tedesco, perseguitato dal regime nazista come comunista, Klaus Fuchs aveva collaborato dopo il 1941 agli studi di New York che portarono alla costruzione della bomba atomica. Nel 1949 si scoprì che Fuchs aveva passato all'Unione Sovietica, che aveva intanto accelerato il proprio programma nucleare, importanti segreti che riguardavano anche la nuova bomba H.
Nel 1949, i russi avevano così la bomba a fissione mentre già nel 1953 l'equipe di Andrej Dimitrievic Sacharov metteva a punto la bomba H. Dopo appena tre anni di monopolio statunitense, in cui si pensò di usare l'atomica come mezzo di dissuasione, la spaventosa energia dell'atomo era in mano sovietica.
Era la nascita dell'equilibrio del terrore.
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La competizione tecnologica fra Stati Uniti ed Unione Sovietica non riguardava soltanto la creazione di bombe atomiche sempre più devastanti o la messa a punto di strumenti bellici sempre più avanzati.
Dal 12 aprile 1961, data in cui il sovietico Yuri Gagarin compì il primo volo orbitale a bordo della "Vostok 1", il terreno di scontro si allargò alla esplorazione spaziale umana.
Il volo di Gagarin, durato appena un'ora e quarantotto minuti, aveva impressionato tutto il mondo, dimostrando il livello di sviluppo tecnico raggiunto dai russi in ambito missilistico.
Il primo segnale del balzo tecnologico dell'Unione Sovietica si ebbe il 4 ottobre 1957, quando lo Sputnik I, un satellite di 83 chili, superò con successo l'atmosfera terrestre, entrando nell'orbita terrestre (da cui trasmise per 21 giorni dati scientifici sul nostro pianeta). Ad esso seguì il 3 novembre 1957 lo Sputnik II, pesante 508 kg, con a bordo la cagnetta Lajka.
Gli Stati Uniti risposero tardivamente. Il 1° febbraio 1958 misero in orbita il loro primo satellite artificiale, l'Explorer 1, mentre il 2 gennaio dell'anno successivo i russi portavano la sonda Luna 1, conosciuta in occidente come Lunik, a circa 5.000 km dalla Luna, ottenendo con il Luna 3 le prime fotografie della faccia nascosta della Luna il 4 ottobre 1960. Il ritardo rispetto al programma spaziale sovietico si avvertì anche nell'esplorazione umana: Gagarin precedette infatti di dieci mesi l'americano Glenn, che sulla Friendship 7, una capsula del programma Mercury, compì le prime tre orbite americane.
Le reazioni furono ben più allarmistiche in USA, e non principalmente dovute al rinnovato prestigio russo: ora i sovietici disponevano sia delle testate atomiche, sia delle capacità tecnologiche che le avrebbero permesso di recapitarle al nemico.
Gli Stati Uniti, primi nello sviluppo della bomba atomica, erano stati evidentemente superati. L'opinione pubblica chiedeva una risposta americana, e fu John Fitzgerald Kennedy a darla.
Nel famoso discorso del 1961 il presidente americano pose l'obiettivo di portare l'uomo sulla Luna entro la fine del decennio, ampliando per questo il bilancio della NASA.
Questa aveva formulato, dal luglio 1960, un programma di missioni orbitali che interessassero anche il nostro satellite: la svolta dell'amministrazione Kennedy, un anno dopo l'inizio dei progetti NASA, ampliò gli obiettivi delle missioni e l'intero programma assunse il nome di Programma Apollo.
Viceamministratore dell'ente spaziale americano era Wernher von Braun, il creatore dei razzi V2 nazisti, che passò ai laboratori americani alla fine della guerra. Questi aveva dato prova di notevoli capacità tecniche e organizzative nell'agenzia, portando allo sviluppo del missile Vanguard e Juno e collaborando alla creazione dello Jupiter C.
A lui fu affidata la creazione del razzo che avrebbe lanciato la capsula triposto Apollo verso la Luna, il Saturno. La prima fase del progetto riguardò quindi la creazione del razzo vettore, della capsula e delle apparecchiature di sopravvivenza umana e degli strumenti analisi lunare, mobilitando allo scopo le maggiori industrie aeronautiche statunitensi.
L'ottobre del 1961 il razzo sperimentale Saturn C-1 compì il primo lancio di collaudo, fornendo una spinta di 700 tonnellate. Nel 1966 il razzo bistadio Saturn 1B, la versione migliorata del prototipo, riusciva a garantire una spinta superiore alle 800 t, mettendo in orbita carichi fino a 20.000 kg. Per il trasporto di capsula e apparecchiature era però necessaria una maggiore capacità del mezzo, nonché maggior spinta.
Un nuovo vettore, basato sui precedenti, era però allo studio, con una spinta impressionante, 4000 tonnellate: a garantirla 11 razzi a propergoli liquidi, che sollevavano da terra le tre tonnellate, a pieno carico, del missile tristadio di 110 metri.
Von Braun battezzò questo colosso, denominato Saturno 5, il 9 novembre 1967 (missione Apollo 4) ed il 4 aprile 1968 il pieno successo dei test in orbita dell'Apollo 6 ne fece il vettore con cui l'uomo avrebbe raggiunto la Luna.
Il progetto non era però nato sotto i migliori auspici: il 27 gennaio 1967 l'opinione pubblica americana aveva fatto i conti con le prime vittime dell'esplorazione spaziale.
Il complesso Saturno-Apollo era costituito da tre moduli: il SM (modulo di servizio), il LM (modulo lunare) che serviva per lo sbarco sulla superficie lunare ed il CM (modulo di comando), sviluppata dalla North American Aviation, su cui i tre astronauti che poteva trasportare avrebbero effettuato le operazioni di guida e rientro a terra.
La capsula Apollo 1 sosteneva in vita l'equipaggio tramite ossigeno puro, più efficace del mix di gas che si respira sulla Terra, creando però un ambiente infiammabile all'interno della capsula: bastò una scintilla, provocata da un filo che aveva perduto la propria guaina, per scatenare l'inferno, e gli astronauti Gus Grissom, Ed White e Roger Chafee persero la vita nel tentativo di aprire il portello bloccato. Furono estratti cinque minuti dopo l'incendio, ormai carbonizzati.
Quest'incidente, come abbiamo visto, colpì molto l'opinione pubblica americana e costituì una temporanea battuta d'arresto per il programma, tanto che nessun equipaggio sarebbe salito su una Apollo per più di due anni. L'indignazione era giustificata: emersero, infatti, parecchie lacune ingegneristiche, dagli interventi di riparazione alle scelte dei materiali, mentre si scoprì che il test senza equipaggio umano era stato annullato per accelerare i tempi sempre più stretti imposti da Washington, presa nella lotta d'immagine contro l'Unione Sovietica.
La seconda fase del progetto, che consisteva nel provare i razzi vettori ed i vari moduli, era culminata per i primi con il lancio del capolavoro di Wernher von Braun, il Saturno V, nel corso della missione Apollo 4, la prima della numerazione ufficiale NASA, mentre il collaudo dei moduli che avrebbero consentito lo sbarco vero e proprio iniziò con la prova del modulo di comando (Apollo 3, 25 agosto 1967) senza equipaggio a bordo, e proseguì portando i primi astronauti (Apollo 7, 11-22 ottobre 1968) a compiere sul Saturno 1B le prime manovre orbitali della missione, che proseguirono con l'ottava, la nona e la decima missione che condussero i tre equipaggi nell'orbita lunare, testando via via tutti i mezzi della missione, ivi compreso il modulo lunare. Durante la missione Apollo 10 il LEM (Lunar Exploration Module, lo stesso che LM) fu fatto calare fino a 15.000 metri dalla superficie lunare, effettuando con successo il rendez-vous con l'Apollo. Tutto era ormai pronto per lo sbarco dell'uomo sulla Luna.
L'equipaggio dell'Apollo 11 era composto da Neil Armstrong, comandante della missione, dal colonnello Edwin "Buzz" Aldrin, pilota del LEM e da Michael Collins, responsabile del modulo di comando e della navigazione. Al centro spaziale di Houston l'equipe della NASA si stava preparando per la missione decisiva, impiegando i nuovissimi computers per svolgere i complicatissimi calcoli orbitali. Il 16 luglio il Saturno V lasciò la base di Houston verso l'orbita di parcheggio attorno alla Terra. Abbandonata poi questa, s'inserirono nell'orbita di trasferimento Terra-Luna: il 19 luglio il modulo di comando orbitava così attorno al nostro satellite.
Mentre Collins rimaneva nel modulo di comando, attendendo il ritorno dei compagni, il 20 luglio Armstrong e Aldrin si calarono con il LEM sulla superficie lunare. Era una fase ancora più critica delle precedenti, per la quale avevano dedicato una buona parte dell'addestramento. Si trattava di evitare, nelle già difficili manovre di allunaggio, i numerosi crateri che costellavano la superficie lunare. Due minuti prima dell'atterraggio, planando con il LEM a venti metri dal suolo, Armstrong passò al controllo manuale, diminuendo bruscamente la velocità.
Nonostante ciò la manovra stava richiedendo più tempo del previsto, ed il Comando di Houston era in un evidente stato d'apprensione. Rimaneva soltanto un minuto di carburante per l'atterraggio, utile per il rendez-vous con il modulo orbitante: superato questo limite, il modulo lunare avrebbe dovuto ritornare senza mettere piede sulla Luna.
Ad appena quaranta secondi dal punto di non ritorno, il modulo allunò nel Mare della Tranquillità, la zona scelta per l'atterraggio. Dopo aver sistemato il LEM per il ritorno, in vista di qualsiasi emergenza, sei ore e mezza dopo l'allunaggio, Armstrong uscì dal modulo.
Era il 21 luglio 1969. Un miliardo e mezzo di telespettatori seguiva in diretta l'evento. Al toccare per la prima volta la superficie della Luna, Armstrong disse: “È un piccolo passo per l'uomo, ma un gigantesco balzo per l'umanità”.
Aldrin lo seguì, piantando sulla superficie la bandiera degli Stati Uniti. I due collocarono sul nostro satellite un rilevatore di vento solare (un foglio di alluminio che ne avrebbe in sostanza raccolto i gas), un sismografo ed uno specchio che avrebbe permesso di riflettere un fascio laser dalla Terra, stabilendo la corretta distanza fra noi ed il nostro satellite. Gli astronauti conclusero poi la missione raccogliendo 32 chili di rocce e polveri lunari.
La bandiera degli USA, retta da un telaio per l'assenza di vento, stabiliva il nuovo primato spaziale rispetto all'Unione Sovietica, sanando il divario che la colse impreparata al primo volo spaziale di Gagarin. Washington raccoglieva la vittoria, e lo stesso presidente Nixon si congratulò in diretta con gli astronauti americani.
A fornire ulteriore gloria alla missione, se pure ce ne fosse ancora bisogno, ci pensò Aldrin. Dopo aver piantato la bandiera, lesse ad alta voce l'iscrizione sulla targa apposta su uno dei supporti del velivolo.
Qui uomini del pianeta Terra per primi hanno messo piede sulla Luna
Luglio 1969 d.C.
Siamo venuti in pace per tutta l'umanità
La corsa allo spazio si concludeva con la prima vittoria americana, alla quale sarebbe seguita, vent'anni più tardi ed in tutt'altro ambito, la capitolazione del nemico sovietico.
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Il continente europeo era uscito stremato dalla Seconda Guerra mondiale. Gli eserciti alleati dovettero smobilitare tutta la forza militare impiegata nella guerra al nazismo (nove milioni di uomini solo da parte americana) mentre l'occupazione militare sosteneva la divisione politica che Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna avevano deciso alla Conferenza di Yalta, determinando la spartizione per aree di influenza dell'Europa. L'intero continente era letteralmente da ricostruire, dalle infrastrutture distrutte dai bombardamenti alle economie dei Paesi colpiti.
Gli americani videro nella ricostruzione europea un'ottima possibilità per mantenere elevato il proprio potere economico e nel contempo allargare la propria sfera d'influenza. Sconfitto il nazismo, i sovietici passarono da alleati, seppur temporanei, a pericolosi rivali.
Fu nel 1947 che si iniziò a delineare il futuro assetto bipolare europeo. A febbraio il governo inglese comunicò agli alleati americani l'impossibilità di proseguire il finanziamento di Turchia e Grecia in funzione filo-occidentale, e nello stesso momento dichiarò che non avrebbe potuto reggere la responsabilità di un massiccio coinvolgimento militare strategico sul continente.
L'abbandono dell'appoggio occidentale in Grecia, assegnata secondo quanto stabilito a Yalta agli inglesi, ma minacciata da una forte presenza delle formazioni partigiane filo-comuniste, avrebbe probabilmente comportato una dilatazione della sfera d'influenza sovietica.
Il 12 marzo 1947 il presidente americano Truman espose al Congresso la propria linea d'azione: gli USA avrebbero rimpiazzato l'appoggio inglese a Turchia e Grecia, indirizzando la ricostruzione europea attraverso finanziamenti ed alleanze che avrebbero avuto lo scopo di contenere l'espansionismo sovietico.
Il segretario di Stato americano George Catlett Marshall si fece carico del progetto economico. In un discorso pronunciato all'università di Harvard il 5 giugno 1947, Marshall invitò gli Stati europei a trovare un accordo sul programma di ricostruzione americano. Il 12 luglio dello stesso anno l'accordo fu suggellato a Parigi dai ministri degli esteri di sedici paesi occidentali (Italia compresa), e formalmente contratto il 2 aprile 1948, con l'approvazione da parte del Congresso americano dell'Economic Cooperation Act, a cui sarebbe seguita il 16 aprile l'approvazione del trattato e l'istituzione dell'OECE (dal 1960 OCSE).
I russi vedevano con scetticismo le ultime manovre americane. Stalin, percependo il pericolo che la penetrazione economica statunitense avrebbe comportato quella politica, tenne ben lontano dall'Europa orientale da lui controllata il piano di ricostruzione americano. Gli americani negarono così ai russi i prestiti per la ricostruzione che avevano elargito dall'inizio della guerra.
Il piano Marshall, che doveva durare dal 1948 al 1952 ma che fu continuato sotto altre forme oltre questa data, concedeva gratuitamente l'86% degli aiuti, il restante 14% a titolo di prestito. Ogni Stato che volesse beneficiare dell'aiuto statunitense doveva costituire poi un "fondo di contropartita", in cui si sarebbe dovuto versare il ricavato della vendita delle merci concesse gratuitamente dagli USA ed impiegarle per lo sviluppo economico del Paese. In questo modo gli Stati Uniti mantenevano elevata la produzione industriale, che nella guerra mondiale era stata totalmente impegnata nello sforzo bellico, e garantivano le esportazioni.
Sintomo della nuova politica economica occidentale, nei settori controllati da inglesi, americani e francesi si pensò di introdurre una riforma monetaria che stabilizzasse la martoriata economia tedesca. L'accordo delle potenze occidentali sulla riforma ed il tentativo di introdurla a Berlino Ovest scatenarono la reazione sovietica, che vedeva n