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<article lang="it"><title>Reato d'opinione</title>

<articleinfo><author><firstname>Emanuele</firstname><surname>Zangarini</surname></author>
	<pubdate>2005</pubdate>
	<revhistory>
		<revision><revnumber>1.1</revnumber>
			<date>2005 Jan 22</date> 
			<authorinitials>EZ</authorinitials>
			<revremark>Lievi modifiche. Riscritto in formato DocBook XML. Pubblicato per la prima volta.</revremark>
		</revision>
		<revision><revnumber>1.0</revnumber>
			<date>2003 Jan 20</date> 
			<authorinitials>EZ</authorinitials>
			<revremark>Versione iniziale.</revremark>
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	</revhistory>
<legalnotice><para>Copyright (c) 2005 Emanuele Zangarini.</para>
<para>Questo lavoro è rilasciato sotto la licenza <ulink url="http://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/"><citetitle>Creative Commons: Attribuzione della paternità-NonCommerciale</citetitle></ulink>.</para></legalnotice></articleinfo>

<abstract><para>Racconto breve.</para></abstract>

<para>Il cielo era denso di pioggia. Una miriade di pozzanghere costellava i marciapiedi fradici, un freddo pungente attraversava l'aria carica dei profumi dei pasti del primo pomeriggio. Avvolti nei loro cappotti, sparuti gruppi di persone si affrettavano controvoglia a lasciare le calde atmosfere dei caffè per tornare al lavoro.</para>
<para>Una sagoma scura solcava solitaria il cielo, con le sole luci di posizione a segnalarne la presenza. Aggrappata al cielo con il suo involucro gonfio d'elio, la cabina del dirigibile dava una visione quasi asettica della città: il tepore di quel guscio di lamiera e vetro ed il ronzio del condizionatore d'aria troppo stridevano con la pioggia che ne imperlava i finestrini.</para>
<para>Seduto di fianco alla parete trasparente, un uomo dai folti capelli brizzolati portò piano lo sguardo fino quasi a toccare il freddo vetro. Il suo respiro offuscò per un attimo la città che gli stava scorrendo sotto, tornando, seppur per un istante, ad avvertire la stessa sgradevole sensazione che lo aveva accompagnato per tutti gli anni che l'avevano separato dalla sua Torino.</para>
<para>Nell'animata atmosfera canadese della fine del XXI secolo, Attilio Salvetti si era regolarmente procurato i depliant virtuali della promozione turistica per osservare i cambiamenti cittadini, apprendendo che Torino si era dotata di una rete di aerotrasporti leggeri, con cui i turisti potevano evitare l'incontro dei cittadini che intanto scorrevano silenziosi nei cunicoli della metropolitana.</para>
<para>Aggrottando la fronte, i capelli inumiditi dalla pioggia, ricordò com'era cominciato il viaggio che l'aveva condotto fin lì.</para>
<para>Era un radioso mattino di marzo, una quindicina d'anni prima; Salvetti, docente di sociologia all'Università di Torino, varcava l'ingresso di Palazzo Nuovo. La lezione avrebbe dovuto incominciare a momenti, giusto il tempo di attraversare lo spazioso androne e raggiungere l'ala ovest, dove aveva sede la sua facoltà. Non ebbe il tempo di fare quattro passi dall'entrata che l'usciere lo raggiunse concitato, comunicandogli la volontà del rettore di incontrarlo.</para>
<para>Raramente il rettore si degnava di presentarsi all'Università, e quando lo faceva si comportava come un amministratore delegato di una grossa azienda informatica; se a ciò si univa la sua predilezione per la vita mondana e per le cerimonie pubbliche ed il totale disinteresse per i programmi, fuorché non fruttassero lauti finanziamenti pubblici, il ritratto che ne derivava era quello di un politico che riteneva l'università un buon mezzo per fare carriera e puntare al Ministero.</para>
<para>Appena lo vide, il rettore sfoderò il suo ghigno da squalo, indicandogli la sedia.</para>
<para>«Bene, finalmente posso sentire le tue critiche senza doverle leggere sui giornali.»</para>
<para>«Non mi sono mai preoccupato di nascondere le mie opinioni.»</para>
<para>«Forse dovresti iniziare a preoccupartene, invece ―gli rispose il rettore con un'occhiata ostile― e ora, per favore, siediti.»</para>
<para>Il rettore raccolse una penna dalla scrivania e iniziò a dondolarla fra le dita.</para>
<para>«Lo sai come la maggior parte dei colleghi ha accolto le tue dichiarazioni? Come un insulto al nostro lavoro! Un sistema universitario disutile ed in preda ad un declino che solo tu percepisci. È una follia!»</para>
<para>Salvetti, replicando, si agitò sulla sedia.</para>
<para>«Parlo della degenerazione progressiva che sta subendo la nostra società in tutti i suoi comparti, una tendenza che ormai da decenni&hellip;»</para>
<para>Il rettore sbottò, facendo cadere rumorosamente la penna per terra.</para>
<para>«Basta! Non intendo ascoltare un secondo di più queste fregnacce.»</para>
<para>Continuò con un'espressione di disprezzo. «Le tue teorie non hanno trovato nessun sostenitore nell'ambiente scientifico, non valgono le unità di memoria su cui sono immagazzinate. Ascolta un consiglio da amico; lascia da parte la politica e preoccupati di salvare quel poco d'autorità che ti rimane, se ancora ci tieni.»</para>
<para>Il professore si alzò con i pugni stretti per l'ira, ma trovò la forza di non replicare alle per niente velate minacce del rettore. Quel giorno tenne regolarmente lezione, ma da quel momento in poi la sua carriera, la sua stessa vita, si trasformò in un corridoio in cui tutte le porte si stavano rapidamente chiudendo; aveva ancora molte cose da dire, ma ormai nessuno voleva più dargli voce o limitarsi a leggere i suoi lavori. Davanti a sé gli rimaneva una sola, estrema alternativa. Cinque mesi dopo il consiglio da amico del rettore, Attilio Salvetti sorvolava l'Atlantico su uno spazioplano passeggeri, destinazione Ottawa.</para>
<para>Ora che era tornato, una sola preoccupazione catalizzava la sua attenzione; aveva tre anni meno di lui e si chiamava Monica, i capelli bruni che le incorniciavano un viso deciso. La prima volta che la vide, ne rimase colpito. Allora erano soltanto più che ragazzi, ma la lunga frequentazione all'università, essendo lei ricercatrice al dipartimento di fisica teorica, aveva reso il loro rapporto qualcosa di più di una semplice amicizia. Sperava che a distanza d'anni quel qualcosa potesse ancora avere un valore per lei.</para>
<para>Un lampo gettò per un istante una luce spettrale sull'acqua piovana che scorreva uniformemente sulla superficie curva, ricoperta di diossido di titanio, delle enormi vetrate della sede universitaria. Palazzo Nuovo, che sorgeva sullo stesso punto del vecchio edificio omonimo, era un gioiello d'ingegneria del XXI secolo, pensò avvicinandosi all'aeroscalo sul tetto del fabbricato, ma non sarebbe bastato il buon progetto a tenerlo in piedi.</para>
<para>Ora poteva vedere chiaramente una delle batterie della contraerea seguire automaticamente il tragitto del pallone aerostatico. Da qualche decennio, tutte le attività accademiche erano state concentrate in quell'unico palazzo della città, per proteggere i ricercatori dal nemico (e le amministrazioni dai ricercatori).</para>
<para>Sceso allo scalo, il professore si diresse verso l'alto pannello di plastica cu cui era dipinta in colori vivaci la mappa del complesso e la dislocazione dei diversi uffici. Da un ingresso riservato protetto da una pesante porta di metallo, emerse una donna con un grande incartamento fra le mani. Attilio la raggiunse, dandole due colpetti sulla spalla. Monica mostrò prima sorpresa, poi elargì un largo sorriso al suo vecchio amico.</para>
<para>«In quindici anni non sei cambiata per nulla» le fece raccogliendo l'incartamento dalle sue mani.</para>
<para>«Attilio. Non speravo quasi più di rivederti.» La sua voce era quasi rotta dall'emozione.</para>
<para>Pochi minuti dopo erano nel suo ufficio e lei lo fissava perplessa. «Ritieni dunque che la nostra situazione sia frutto di una specie di complotto?»</para>
<para>Attilio replicò frustrato. «Non credo che tutto questo sia stato preventivamente pianificato, è stato un vicolo cieco in cui ci siamo infilati di nostra spontanea volontà.» Salvetti assunse un'espressione ancora più inquieta. «Abbiamo finito col dividerci in migliaia di cellule preoccupate soltanto dei propri campi di specializzazione a fronte di una società civile sempre più disillusa. Ad un certo punto la gente voleva liberarsi della responsabilità del voto e qualcuno ne approfittò. Ci tolsero la libertà e la scambiarono con la <wordasword>sicurezza</wordasword>.»</para>
<para>Monica, in piedi di fronte a lui, assunse un'aria greve, come se tutto d'un tratto le fosse crollata la maschera portata fino allora. Attilio non fece in tempo ad inarcare un sopracciglio per la meraviglia quando l'ombra dietro al vetro smerigliato della porta chiusa fece scattare la serratura. Un uomo con un vestito scuro in pelle sintetica nera varcò l'uscio tranquillamente. Sul bavero della giacca campeggiavano le tre lettere dorate dei servizi speciali.</para>
<para>Attilio guardò prima l'uomo, poi spostò lentamente lo sguardo su Monica.</para>
<para>«Tu&hellip;tu lo sapevi sin da quando mi hai visto»</para>
<para>«Le cose&hellip;» Si schiarì la voce. «Le cose cambiano.»</para>
<para>Il professore la guardò spaesato.</para>
<para>«Viviamo in un'epoca in cui non ci si può fidare più di nessuno. I nemici sono ovunque. Siamo vittime di attentati e sabotaggi da parte di nostri stessi cittadini che complottano con il nemico. Dobbiamo difendere l'interesse comune.»</para>
<para>Mentre pronunciava quelle frasi retoriche di propaganda, gli occhi di lei esprimevano invece una consumata rassegnazione, un profondo disagio interiore.</para>
<para>Sapeva che tornando sarebbe caduto in trappola, ma ormai era troppo vecchio e stanco per continuare a fuggire dal suo passato. Voleva vedere per l'ultima volta il suo paese e, dannazione, se doveva morire voleva decidere lui quando. Ma non in quel modo, non tradito nell'ultima fase del suo viaggio. Non davanti a lei, complice. Sembrava che gli psicologi dei Servizi avessero un buon profilo su cui basarsi per attaccarlo. Un dubbio divenne certezza. L'avevano spiato anche in Canada, ad Ottawa loro c'erano, c'erano sempre stati. Avevano atteso ed ora gustavano la vittoria su quel piccolo e stupido individuo. Si voltò verso l'uomo. Sorrideva. Il professore strabuzzò gli occhi, poi si alzò piano.</para>
<para>La vettura lo attendeva di fronte all'ingresso principale sotto la pioggia battente con la porta posteriore destra aperta. Mentre l'agente si metteva al posto di guida, osservò una sagoma scura scrutarlo da una finestra del secondo piano, le braccia calate mollemente lungo i fianchi, dietro il fiume di pioggia che continuava a scorrere copiosa sulle vetrate quasi si trattasse di pesanti lacrime.</para>
<para>La vettura partì. Rivolse lo sguardo allo specchietto retrovisore, scorgendo lo sguardo attento alla strada dell'agente. Era piuttosto giovane. «Lei era mio studente, non è vero?»</para>
<para>Gli occhi dell'agente si strinsero, come se stesse nuovamente sorridendo.</para>
<para>Magari quello che viveva era soltanto un incubo. Magari era il frutto della sua follia, forse era immerso in una propria realtà. Poteva anche darsi che in quel momento stesse strappandosi i capelli in una camera di sicurezza dalle pareti imbottite.</para>
<para>Un sussulto gli scosse il petto. Un fiume d'emozioni gli trafisse la mente; era una marea montante e non poteva più resistervi. Allora proruppe in una fragorosa risata, rise fino a farsi lacrimare gli occhi e quasi fin a togliersi il fiato. Con gli occhi umidi cercò di nuovo lo sguardo dell'agente. La vettura scivolava silenziosa sulle strade sgombre del centro di Torino, disseminato dalle casacche grigie dei soldati delle forze di sicurezza in marcia verso un nuovo focolaio di ribellione od il teatro dell'ennesimo attentato. L'agente si voltò per un attimo. Anch'egli rideva.</para>
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